JENNIFER VANDERBES.
...
.
...
UN GIORNO SAPRAI.
Parte 2.
...
.
...
Titolo originale: Easter Island. 2003.
Traduzione di: Katia Bagnoli.
2004. Arnoldo Mondadori Editore, MILANO.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
            Fondazione Ezio Galiano
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
UN GIORNO SAPRAI.
...
.
...
CAPITOLO 8.
...
.
...
Remando con movimenti che disegnano cerchi regolari, Alice punta scompostamente verso la goletta. Kierney, che l'osserva in piedi da poppa, scuote la testa incredulo.«Eamonn, vieni a guardare questa. Mi pare che la signorina
Pendleton si sia stufata della sua licenza a terra!
Mi pare un ammutinamento!»
Quando infine Alice urta la goletta con la lancia strillando contenta, Kierney ed Eamonn la issano tutta bagnata sul ponte e l'avvolgono nelle coperte. Poi Kierney torna a prendere Elsa ed Edward.
«Mi viene da pensare che la signorina Pendleton sarebbe un ottimo capitano.» Ride mentre rema per riportarli alla goletta. Elsa ed Edward sono silenziosi. «All'inizio ero veramente sorpreso di scoprire che le piacevano così tanto gli uccelli. Conosce tutti i nomi e altre cose. E poi che le piaceva disegnare. Non disegna niente male. Mi ha fatto un bel ritratto con uno di quei piccioni del capo appollaiato sulla spalla. Però non avrei mai creduto che la signorina si divertisse a remare. Una signorina dai mille talenti, ve lo dico io.»
Adesso la pioggia è più intensa, e riempie di buchetti l'acqua intorno all'imbarcazione. «Smettetela di parlare, Kierney» dice Elsa.
«Stavo soltanto facendo un complimento a vostra sorella! Non vi va mai bene niente, a voi!»
«Kierney.» Il tono di Edward è fermo. Alza un dito ammonitore, come la punta di una spada.
Elsa non distoglie gli occhi da Alice che, seduta a prua, dimena la testa che spunta dal bozzolo di coperte.
Alice è sempre stata imprevedibile, ma ora... andarsene via da sola in quel modo... cosa le è mai passato per la testa? La corrente avrebbe potuto trascinarla lontano. Se la lancia si fosse capovolta sarebbe annegata. Perché 
aveva ignorato le sue istruzioni e non li aveva aspettati? Bisognava anche dirle di non prendere la lancia? Di non tentare di tornare a remi? Elsa doveva forse immaginare ogni possibile disastro, per poterlo prevenire?
Sente montarle dentro una grande rabbia. Ci risiamo, pensa. Tutto ciò di cui aveva sperato di liberarsi in quel viaggio. L'equazione sembra semplice: per ogni passo che Alice muove in una direzione avventata, lei ne deve muovere uno verso la prudenza. Un equilibrio che non sempre riesce a realizzare.
Naturalmente la rabbia che sente non è rivolta contro Alice ma contro se stessa. Non bisogna mai rimproverare Alice; anche questo fa parte dell'equazione, ne è una costante. La colpa è di Elsa che ha pensato, sperato, che la sorella cambiasse. Perché ha creduto che pochi mesi trascorsi senza gravi incidenti volessero dire una raggiunta maturità? Perché restava ancora aggrappata alla falsa convinzione che il tempo potesse modificare Alice, così come modificava le altre persone? Sua sorella aveva sempre vissuto fuori dal tempo. I momenti e gli eventi per lei non si accumulavano, non si assommavano in esperienze che portano alla trasformazione.
Devo stare più attenta, si dice Elsa. Questo viaggio pone Alice di fronte a una nuova serie di circostanze, e anticipare le sue reazioni richiederà tutta la vigilanza di cui Elsa è capace.
Quando li vede salire sul ponte, la ragazza si libera delle coperte e getta le braccia bagnate intorno al collodi entrambi. «Beazley! Beazley, ho preso la barca!»
Elsa si libera dalla stretta e afferra la sorella alle spalle.
«Questo è l'oceano, Allie. L'acqua è gelida. Più profonda di quello che immagini. Non devi andartene da sola in quel modo. Mai!»
«Sta bene» dice Edward. «Ecco.» Da dietro avvolge un asciugamano sulla testa di Alice che, in piedi tra loro, sembra socchiudere le palpebre, assonnata.
«Alice sta bene» sussurra Edward, «non turbiamola ulteriormente.»
«Non la perderò più di vista nemmeno un minuto.»
«Starà con noi tutto il giorno, vero Alice?»
«Ti terrò sempre d'occhio» dice Elsa.
Alice annuisce disinteressata. Perché la notte, distesa nel letto abbracciata alla sorella, Elsa sente un profondo legame e in questo momento prova un distacco così grande? Le assenze mentali di Alice le hanno sempre provocato un inquietante senso di abbandono. Quand'era bambina si sentiva come se fosse stata lasciata sola al buio e allora pizzicava la sorellina per cercare di farla uscire da quello stato, senza successo. Anche ora vorrebbe scrollarla e farla rientrare in sé. Ha bisogno che la sorella capisca che lei non può proteggerla contro la sua volontà.
La tormenta sapere che tra due persone possano coesistere due sentimenti così opposti: unione totale e distacco completo.
«Probabilmente voleva sgranchirsi le braccia» dice Edward. «D'ora in avanti staremo più attenti.»
Cerca di consolarla, ma lei ce l'ha con lui per questa sua capacità di credere che, siccome non è successo niente di male, vada tutto bene.
«È stata un'idea orribile» dice. «Questo viaggio. La barca. Che cosa stiamo facendo qui?»
«Ti prego di non reagire in modo esagerato. Siamo quasi arrivati.»
«Questo non renderà la nostra vita più sicura.»
«Ridurrà le variabili.»
«Non lo sappiamo.»
«Ti rendi conto di quanto siamo vicini?»
Valparaìso è a sole duecentosessanta miglia a nord. E
a questo punto ritornare sui loro passi, Elsa lo sa bene,
non è più sicuro che procedere.
Sotto le sue mani le ossa di Alice sembrano così esili,
così fragili.
«Edward, ti prego, mi devi aiutare a sorvegliarla.»
«Lo farò.»
Quasi meccanicamente Elsa bacia la sorella sulla
fronte. «Sta' con lei ora. Vado sottocoperta. Ho bisogno
di sdraiarmi.»
Nella cabina angusta, mentre cerca di riposare, Elsa ripercorre
nel ricordo il sentiero umido e verdeggiante che
portava alla grotta. Alice accovacciata accanto a Pudding,
il mantello drappeggiato sulle sue spalle... come se
la sua mente credesse che per trovare una risposta basti
esaminare gli eventi con sufficiente attenzione. Si gira su
un fianco, si copre la testa con la ruvida coperta di lana,
poi la scosta. Non merita di dormire. Fin dall'infanzia si
era convinta che sorvegliare Alice fosse un compito assegnatole
da una potenza superiore. E nei momenti in cui
Alice incespicava sulle scale, quando picchiava la testa
contro uno stipite o quando un gruppo di bambini la
prendeva in giro, Elsa sentiva di aver fallito nel suo compito.
Allora si prescriveva una penitenza: quattro sere
senza dolce, a dormire senza il cuscino per una settimana;
una volta lasciò la sua bambola preferita sui gradini
della Blessed Mary Church con un biglietto: "Per una
bambina più meritevole di me". Come si fa ad accettare
il sacrificio se non lo si crede parte di un piano celeste?
Elsa scende dal letto e torna sul ponte dove Alice è seduta,
sempre avvolta nelle coperte, contro il parapetto.
«Credevo che fossi stanca» dice Edward.
Elsa si strofina gli occhi per svegliarsi.
«Mai.»
In quattro giorni arrivano nel chiassoso porto di Valparaiso.
Dalle acque scure spunta una foresta di alberi
maestri; una cacofonia di spagnolo, italiano, inglese e
francese rimbomba dalle banchine. È qui che si prepareranno
per la tappa finale del viaggio. Le ultime duemilacinquecento
miglia di mare aperto. Servono nuovi rifornimenti.
Tutto dev'essere controllato e risistemato nella
stiva. Kierney ed Eamonn si aggirano per i moli chiacchierando
con armatori, capitani e cuochi, in cerca di un
nuovo ingaggio. Faranno il tratto finale fino a Pasqua ma
torneranno a Valparaiso sulla nave della società cilena
che una volta all'anno raccoglie la lana prodotta sull'isola.
La nave dovrebbe arrivare fra tre settimane. Ma la prima
notte a terra Edward viene informato dal console che
è salpata il giorno prima.
«È partita con un anticipo di qualche settimana» dice
Edward, «quindi dobbiamo affrettare anche la nostra
partenza, se vogliamo che i due marinai la raggiungano
per tornare indietro. Non possiamo tenerli bloccati sull'isola
per un anno intero.» In due giorni frenetici concludono
i rifornimenti, ottengono i documenti ufficiali e
i permessi delle autorità cilene per i loro scavi archeologici
e imbucano le ultime lettere, tutte di lavoro, nota
Elsa, rimpiangendo di non aver nessuno a cui poter
scrivere: "L'ultima tappa, siamo quasi arrivati". Vorrebbe
poterlo dire a Max.
La notte prima della loro partenza, mentre i due marinai
sono a terra, Edward ed Elsa siedono sul ponte a
ispezionare l'attrezzatura.
«Voglio ringraziarti, Elsa. Non avrei potuto desiderare
un'assistente migliore di te.»
«È stato eccitante. È ancora eccitante. Molto più divertente
che restare seduta nell'Hertfordshire.»
«Ti rendi conto che ci aspetta l'avventura attesa per tutta la vita?»
Edward ha un'aria sana e vibrante, più giovane di
quella che aveva in Inghilterra. Riuscire a passare gli
stretti e portarli fin lì lo ha chiaramente rinvigorito.
«Condivideremo un'esperienza straordinaria.»
Si protende e la bacia sulla bocca. Dopotutto questo
tempo, dopo tutte le sere concluse con una stretta di
mano e un bacio sulla fronte, Elsa rimane sorpresa da
questa manifestazione improvvisa di passione. Le sfugge
una risatina. Lui si ritrae.
«Mi dispiace, non volevo...»
Impegna le mani con un rotolo di corda. «So che quest'esperienza,
questo viaggio, ci farà bene. Godrai di
tutta la libertà che puoi immaginare. Non ti serve una
laurea, non ti serve nessun documento. Serve soltanto
la tua curiosità.»
«Non ti innervosisce nemmeno un po' il fatto che stiamo
per arrivare a destinazione?»
«Dimentichi che ho già viaggiato. Però ricordo il mio
primo viaggio a Bali.» Alza gli occhi per guardare l'albero
maestro, il sartiame, e si abbandona al ricordo.
«Ero l'assistente di un antropologo con grande esperienza
che non sopportava la minima manifestazione di
nervosismo. Io ero a pezzi. Una volta arrivati è stato
tutto completamente diverso. Il luogo immaginato era
scomparso, sostituito da uno vero, da persone vere. È
nel regno dell'immaginazione che la tensione raggiunge
il massimo.» Si volta verso di lei. «Presto saremo lì,
sull'isola reale, e sarà tutto diverso.»
«Suppongo di avere anch'io grandi aspettative. Non
riesco a credere che lo sto facendo davvero.»
«Tuo padre sarebbe fiero di te.»
Elsa inspira profondamente. C'è un momento di silenzio
tra loro mentre guardano i mercanti del porto impacchettare
le merci per la chiusura, ultimi segni di una
civiltà familiare che si allontanano con i loro rumorosi carretti.
«Viaggiare in una terra sconosciuta è un'esperienza
fantastica, Elsa. Vedrai. La paura non può soffocare la curiosità.»
L'indomani mattina salpano. Poiché non è possibile
alcuna tappa fra Valparaiso e l'isola, dovranno farcela
in tre settimane. Elsa, irrequieta per la partenza imminente
dei marinai, dorme poco. Per dieci faticosi mesi
ha vissuto con questi due uomini e adesso uno strano
senso di perdita la divora. È una paura che ha poco a
che fare con loro due in particolare. Quando lasciava un
posto da istitutrice aveva sempre orrore di dire addio ai
bambini, anche se si erano comportati come piccoli mostri.
Non poteva trattenersi dal fare ridicole promesse,
in cui credeva, tra l'altro: «Cercherò di venirvi a trovare
in primavera, venite a trovarmi nel Lancashire». Oppure,
adesso: «Eamonn, promettete di venire a trovarci, se
passate dalle parti dell'Inghilterra».
«Signora Beazley, ricordatevi il vecchio Eamonn
quando trovate il tesoro nascosto.»
Non è che quei due uomini le piacciano. Si è abituata
alla loro presenza. E la vita coniugale, fino a oggi, ha
voluto dire che Edward dorme in un'altra cabina. Il modo
in cui si comporta con lei dipende perlopiù dalla
presenza dei marinai, è la loro vicinanza a giustificare il
suo riserbo. Una volta che se ne saranno andati, che motivazioni
avrà per il decoro?
Navigano quindici giorni in mare aperto, e l'idea di
essere sul punto di raggiungere la destinazione comincia
a sopraffarla. Hanno inseguito per miglia e miglia questo
lembo di terra, credendo alla storia di un'isola che
non hanno mai visto. Tra poco approderanno sulle sue
spiagge e sarà come veder realizzato un desiderio.
Il diciottesimo giorno, sotto un violento sole a picco,
alcuni uccelli marini volano in tondo sopra la goletta.
La terra dev'essere vicina. Intenta a osservare la velatura,
il sartiame e i verricelli, Elsa non ha più l'impressione
di avere tanto viaggiato. L'imbarcazione le sembra
una creatura dotata di volontà propria e l'oceano e il
vento i cospiratori di un piano misterioso. Un pensiero
la consola: se può credere che una mano invisibile li abbia
guidati, può anche credere che staranno bene, che Alice sarà al sicuro.
La sera successiva, mentre monta la guardia sotto una luna bassa e luminosa, Elsa distingue il profilo di un'isola.
«Allie! Edward!»
Non ci sono luci. Soltanto vaghe tracce di fuochi morenti che mandano volute di fumo verso il cielo e la notte.
Eccoci qua, pensa Elsa.
«Puntiamo a quella banchina a sud e gettiamo l'ancora per la notte» dice Edward. «Scendere subito a terra non è sicuro.»
Rallentano, avvicinandosi. Edward prende il timone
mentre Kierney ed Eamonn sciolgono la gaffa e lascano
le vele latine; le vele, meno tese, cominciano a sbattere.
Mentre l'imbarcazione scivola verso la spiaggia sentono
il frastuono delle onde che si frangono contro le rocce.
«Gettare l'ancora!» grida Edward; gli uomini manovrano
l'argano con furia e la pesante catena vibra mentre
l'ancora scende in profondità nelle acque scure.
Quando le vele sono state ammainate e le gomene legate,
sul ponte scende una nuvola di sfinimento. Si lasciano
cadere contro il parapetto, in silenzio, come se parlare
potesse risvegliarli da questo glorioso sogno di
approdo. Ascoltano i suoni delicati dell'acqua che lambisce
la fiancata dell'imbarcazione, il cigolio ritmico della
goletta che ondeggia gentilmente nella notte, la preoccupazione
di quel legno esposto a tante intemperie.
Dopo alcuni minuti la voce di Edward rompe il silenzio:
«È ora di andare di sotto a dormire. Domani sarà
una giornata lunga».
Elsa si alza con uno sforzo, prende Alice per mano e
la porta nella loro cabina. Edward le segue. Senza parlare
si preparano per la notte. Come falene, gli auguri della
buonanotte volteggiano nell'oscurità.
E questa notte, per la prima volta da quando sono
partiti da Southampton, Elsa sogna Max. È a St Albans,
e vaga nella casa deserta di suo padre, cercandola. Cerca
nel salotto, in camera da letto, in biblioteca, gridando
il suo nome, senza sosta, Elsa, Elsa, Elsa, fino a quando
il nome prende il ritmo di un canto. El-sa, e mentre lui la
cerca da una stanza all'altra, la sua voce cresce, si stratifica
e si moltiplica diventando un coro di centinaia di
voci che cantano. El-sa-el-sa-el-sa.
Si sveglia con la fronte madida di sudore. L'imbarcazione
ondeggia, emette un prolungato cigolio. Poi Elsa
sobbalza. Proprio sopra di lei, da un oblò aperto, si
affaccia un volto scuro. Gli occhi, bianchi alla luce della
luna, la esplorano, la indagano e poi indagano Alice e lo
stretto spazio che le separa. Elsa passa un braccio intorno
al corpo della sorella. Pensa di chiamare Edward ma
ha paura di spaventare o far infuriare il visitatore. Poi le torna alla mente un ricordo.
In tono incerto ma speranzoso sussurra: «Iorana?».
La faccia del visitatore si illumina in un sorriso. «Iorana» risponde sonoramente, svegliando Alice. Arriva il suono di dozzine di voci, dalla cabina, dalla cambusa, dal ponte, dall'acqua intorno. All'unisono, increspandosi, chiamano: «Iorana». Ciao.
...
.
...
CAPITOLO 9.
...
.
...
Nell'oscurità le funi che tenevano il carotiere premuto
contro il dorso del cavallo sembravano i fili di una fluttuante
e gigantesca ragnatela. Mancava poco all'alba e
Greer, a cavallo, chiudeva la fila che procedeva per il
sentiero lungo la costa settentrionale. La sua voluminosa
attrezzatura era trasportata dal cavallo nel mezzo,
davanti c'era Ramon. Erano diretti a Rano Aroi, il cratere più piccolo dell'isola.
Le ci sarebbero voluti diversi giorni per ottenere la
serie iniziale di campioni, ed era ansiosa di cominciare.
L'estrazione di un campione pulito era un procedimento
rigoroso, ed era la prima volta che lo avrebbe eseguito
da sola; lei e Thomas avevano sempre preso campioni
insieme, in piedi sugli sci o sulle slitte a trivellare i
laghi ghiacciati, tenendosi in equilibrio su zattere improvvisate
per immergere il carotiere nelle paludi. Durante
la luna di miele in Toscana erano stati sugli Appennini
a raccogliere arenaria. A quel tempo, le cose fra
loro andavano bene, Thomas era ancora se stesso ed
erano allegri mentre martellavano la parete rocciosa.
Marito, daresti a questa cosa una bella battuta? Santo Dio, lo
sto facendo, moglie mia! La notte, a letto, dopo aver fatto
l'amore e aspettando che il sonno li reclamasse parlottavano
dei colori dei sedimenti, della composizione delle
rocce. Era un piacere che condividevano: estrarre un
pezzo fisico di storia, ascoltare il borbottio della terra
come se si "confessasse", così amavano dire, ai loro
martelli. Tornati in laboratorio, indicando un campione,
Thomas le ammiccava: Portalo nella stanza degli interrogatori.
Ma la sua vivacità, il piacere che quelle operazioni
gli davano, erano svaniti anni addietro.
Greer si spostò sulla sella, cercando di mettersi più
comoda. Aveva indossato gli abiti da lavoro: pantaloni
cachi, una felpa e stivali di gomma alti fino al ginocchio.
Lo zaino pesante conteneva il suo taccuino degli appunti
impermeabile, una macchina fotografica, una
grande bottiglia d'acqua, la cassetta del pronto soccorso,
un paio di guanti spessi, tre rotoli di fogli d'alluminio
e i sacchetti di plastica per i campioni. In grembo teneva
tre barre estensibili di zirconio che lampeggiavano
alla luce del sole che faceva capolino all'orizzonte.
Greer si stava godendo quella lunga cavalcata mattutina
fino al campo e tentò di pregustare l'attesa, qualcosa
che Thomas non sarebbe stato capace di fare. Era diventato
talmente ostinato nel cercare risposte, che le
domande per lui si erano ormai fatte gravose. Eppure,
lei si chiedeva ancora come fosse potuto esattamente
accadere che perdesse di vista il procedimento scientifico,
come mai un uomo un tempo così rigoroso avesse
deciso di prendere una scorciatoia.
Tentò di concentrarsi sul paesaggio. A mano a mano
che il cielo si illuminava, le ombre irregolari si rivelarono
rocce e cartelli stradali. Il mare color ossidiana diventò
blu. Quando ebbero svoltato verso l'interno, due
miglia oltre la città, il sole aveva lasciato una lunga traccia
scintillante sopra l'oceano.
«Rano Aroi» gridò Ramon indicando davanti a sé.
Erano le prime parole che pronunciava da un'ora. L'oscurità
aveva reso il silenzio naturale.
«Meraviglioso» disse Greer. «Magnifico.»
Lui fermò il cavallo e contemplò il cratere. «Sì, magnifico.»
Da lontano vedeva il cratere nella pendenza erbosa -
una nocca di terra. Nessun albero o cespuglio oscurava
la vista, sotto i brandelli di nubi mattutine c'era solo il
cratere: la sua prima ricerca sul campo.
Il sentiero scompariva nella pianura cosparsa di rocce
vulcaniche e i cavalli si fecero strada con passo prudente.
Erano le sette e mezzo passate da poco quando legarono
i cavalli a un affioramento, presero il carotiere e la
piattaforma e li trasportarono sul bordo del cratere. Madida
di sudore, Greer trascinò lo zaino pesante e le barre
estensibili per il tratto finale. Il carotiere, le barre: tutta
quell'attrezzatura era stata progettata da uomini, e
per trasportarla e farla funzionare era necessaria una
gran forza. Persino Ramon sbuffava sotto il peso e le
sembrò riconoscente quando gli disse, metà in spagnolo
e metà a gesti, che bastava così, ora doveva lavorare da
sola e lui era libero. Il rischio di farsi aiutare a estrarre i
campioni da una persona inesperta era davvero troppo
alto. Era fin troppo facile commettere errori, contaminare
i dati con un sia pur minimo gesto sbagliato, seppure
compiuto con le migliori intenzioni. Ramon andò a distendersi
in una zona erbosa, piegò un braccio sotto la
testa tenendo un tascabile consunto davanti a sé con la
mano libera.
Greer tirò fuori la sua macchina e fotografò il cratere,
i bordi della bocca entravano a fatica nell'obiettivo. Sotto,
il lago era coperto di lunghe, grosse canne - totora,
dedusse - che da decenni gli isolani usavano per confezionare
cesti, tappetini e tetti. La pianta era stata notata
dai primi visitatori europei, strano che fosse la sola a
crescere ancora in abbondanza. Che genere di estinzione
di massa faceva simili preferenze? La profusione di
felci aveva senso. Le canne invece non erano note per il
loro spirito vagabondo. Erano piante da semina e il
massimo che potessero fare in tema di dispersione via
acqua era di nascondersi nel piumaggio o nello stomaco
degli uccelli: sistema assai meno affidabile che venire
trasportati dal vento. Greer avrebbe dovuto determinare
la relazione fra quella canna e le specie degli approdi
vicini; da ciò avrebbe potuto valutare la durata della
sua presenza sull'isola. Se avesse trovato nelle vicinanze
qualche parente stretto della totora, significava che
era arrivata di recente. Se avesse trovato solo lontani cugini,
allora probabilmente viveva lì da migliaia di anni,
evolvendosi in solitudine.
Greer aprì il taccuino e prese nota della data, dell'ora,
della località e delle condizioni atmosferiche, poi cominciò
la discesa. Si infilò sottobraccio metà della piattaforma
e usò una barra di zirconio come bastone. L'acqua
fresca le arrivava alle ginocchia. Le canne, probabilmente
alte più di due metri, la sovrastavano, ricordandole i
campi di granoturco dove passeggiava da bambina, un
mondo fatto di grossi steli verdi e di cielo. Queste canne
però erano troppo fragili e si spezzavano facilmente sotto
i piedi. Nel giro di poco tempo aveva già creato un
sentiero. Mentre la spiaggia spariva alla vista, Greer ricordò
racconti di scienziati che nell'estrarre campioni si
erano feriti. Di persone che si erano rotte le braccia o erano
rimaste bloccate nelle paludi. Certo, Ramon era poco
lontano e se fosse accaduto qualcosa le sarebbe bastato
chiamarlo.
Quando raggiunse il centro del cratere appoggiò la
piattaforma sopra le canne spezzate. Il sole picchiava
forte e il sudore le colava negli occhi. Si accovacciò e per
spruzzarsi dell'acqua sulla faccia si tolse la visiera e
l'immerse nel lago, poi se la rimise in testa. L'acqua fresca
era piacevole.
Andò a prendere il carotiere e le altre barre e quando
finì di sistemare l'attrezzatura ansimava. Era passato
molto tempo dall'ultima volta che l'aveva trasportata.
Si chinò per un momento con le mani appoggiate sulle
ginocchia a esaminare l'insieme - la piattaforma, il carotiere,
le barre - e mentre riprendeva a respirare normalmente
si rese conto del silenzio che la circondava,
rotto solo dal debole rumore dell'acqua contro gli stivali.Eccomi qui, pensò. In mezzo a un cratere sull'isola
più remota del mondo. Tutt'intorno a me i giunchi e sopra
vedo solo il cielo. Non si sente una voce, non un
fruscio.
Quella era la solitudine, pensò, totale e spietata. E
l'immagine di se stessa ferma in quel luogo la riempì di
terrore. Ecco a che cosa poteva ridursi la vita.
Doveva rompere il silenzio. Doveva muoversi.
Si spostò a lato della piattaforma e inserì il carotiere
nel buco centrale. Si infilò i guanti imbottiti e posizionò
il pistone.
«Forza» disse, calmata dal suono della propria voce.
«Fallo. Fallo e basta.»
E con ciò Greer caricò tutto il suo peso contro la lunga
barra di metallo, buttandosi in avanti mentre il cilindro
affondava nella terra umida.
«Ah, è la dottoressa Farraday! L'occupatissima dottoressa
Farraday! Sistemerà la faccenda una volta per tutte!
La prego, si unisca a noi.»
Il sole era quasi tramontato, una fresca brezza spazzava
l'isola e Greer si stava dirigendo al residencial. Pensava
al lavoro che l'aspettava: altri giorni a prelevare
campioni, settimane di pulizia e analisi. Il progetto le
appariva più scoraggiante di come l'aveva immaginato
a Marblehead. Le ci erano volute cinque ore per estrarre
i segmenti di terreno - dopo aver tirato il pistone per
un'ora alla fine si era sdraiata sulla schiena manovrando
i manici con i piedi. Tornata da Mahina, stanca e alquanto
scoraggiata, aveva divorato una rapida cena
prima di lasciare i campioni al laboratorio. Adesso sperava
di fare una doccia e di riposarsi un po'.
«A quanto pare è stata una lunga giornata sul campo!»
Vicente stava facendole segno con la mano da un
tavolo da picnic davanti all'Hotel Espiritu. A ogni angolo del tavolo era stata sistemata una torcia. Di fronte a
lui erano seduti due uomini, uno robusto, l'altro magro
e piuttosto incurvato. Era giovedì, si rese conto Greer.
La cena dei ricercatori.
«Solo una giornata! Mi è sembrata una settimana»
rispose Greer allegramente cercando di dimenticare la
stanchezza. Si sfilò lo zaino e lo depose a terra. «Quelle
canne sono più dure della gomma. Accidenti! E sembrava
di stare dentro una fornace. Il vento poi è così forte
che se ti metti sul ciglio può buttarti giù!» Si interruppe
rendendosi conto di quanto la facesse sentire euforica
parlare con qualcuno dopo una giornata di solitudine.
Ramon era rimasto zitto persino durante il ritorno ad
Hanga Roa e il suo spagnolo non era sufficiente per spronare
alla conversazione un estraneo, per giunta timido e
taciturno. Ramon si era mostrato interessato soprattutto
al campione. Quando si era avvicinata al bordo del cratere,
lui aveva subito deposto il libro per osservare quel
che lei gli stava mostrando. Aveva riso come se trovasse
divertente l'idea di togliere dei pezzi alla terra.
«La dottoressa Greer Farraday è la nostra nuova palinologa»
annunciò Vicente. L'uomo più piccolo, che indossava
una camicia grigia, si limitò a fare un cenno con
la testa. Sul naso gli pesava un paio di occhiali spessi come
fermacarte. L'altro uomo, biondo e abbronzato, si alzò
immediatamente. Era grande e grosso. Sulla maglietta
gialla che gli aderiva al petto c'era scritto: swede e n.
«Sven. Sven Urstedt» disse. La sua stretta di mano
era decisa. «Meteorologo e geologo dilettante. Dei Pesci.»
Gli occhi, grandi e azzurri, la squadrarono da capo
a piedi. «Insistiamo perché ti unisca a noi.»
Contenta di venire distratta dalle sue ansie, Greer si
sedette. Quando l'elaborata chiave della sua camera con
la fiche da poker le si conficcò nella coscia, lei l'appoggiò
sul tavolo. «Sto» disse Sven appoggiandovi accanto la
propria chiave attaccata a una rossa zampa di coniglio.
«E rilancio.» Le versò un bicchiere di pisco sour da un
secchiello giallo. «Per schiarirti le idee. Allora. Giaggioli
rossi» disse. «Nessun significato particolare, giusto?»
«Significato?»
«Stai imboccando il testimone, Sven» disse Vicente.
«D'accordo. Il giaggiolo rosso ha forse un significato?»
«Quello che Sven vuole chiederti è se il giaggiolo rosso,
in quanto fiore, significa qualcosa in particolare. Come
una rosa rossa. O una rosa nera.»
«Se regalato, intendete dire?»
«Esattamente» rispose Vicente.
«Non che io sappia» disse Greer. «È una domanda per
fioristi. Le università hanno tagliato i fondi per i corsi sui
mazzolini di fiori da portare sul corpetto e nei bouquet.»
«Farraday, i fiori sono fatti per essere recisi!» disse
Sven.
Greer rise.
«Niente distrazioni, Sven» fece Vicente. «Siamo in
un'impasse.»
«Eravamo in un impasse.»
«Sven, Farraday ha detto chiaramente di non esserne
sicura.»
«Se non riusciamo a trovare qualcuno che ci dica il significato
del giaggiolo, credo che si possa tranquillamente
dedurre che non ne hanno alcuno. In caso contrario
la gente lo conoscerebbe. Insomma direi che è questo
lo scopo del significato.»
Greer trovò l'argomento convincente.
«Be', pare che von Spee lo conoscesse. "Sono perfetti
per la mia tomba" è un'affermazione piuttosto forte»
disse Vicente.
«Von Spee era un depresso. Un lunatico. Santo cielo, i
tedeschi non sanno prendere niente alla leggera.» Sven
fece oscillare il suo pisco e posò il bicchiere sul tavolo
con un tonfo. «Un bouquet e... lui affonda la flotta.»
Sorrise, orgoglioso della battuta.
Vicente si rivolse a Greer. Portava una camicia blu
scuro che accentuava il colore olivastro della sua pelle.
«Stiamo parlando dell'ammiraglio von Spee. Sono venuto
in possesso di documenti che...»
«Abbiamo finito di parlare dell'ammiraglio von Spee.
Altrimenti l'annoieremo a morte.»
«D'accordo» disse Vicente.
L'uomo con la camicia grigia non l'aveva ancora
guardata.
«E cosa mi dici dei giaggioli normali?» chiese Vicente.
«Hanno un significato o no? Come i gigli.»
«Vicente!» disse Sven. «Mi piaci molto di più quando
ci ossessioni con il rongorongo. Di quello sì che varrebbe
la pena cercare il significato. Quanto ai fiori... ecco... con
questa ossessione non ti sopporto.»
Giglio, lily, pensò Greer. Lillian Bethany Greer: quello
era il suo nome completo; ma crescendo aveva odiato
Lillian - troppo austero - e Lily in particolare, soprattutto
via via che si interessava alla botanica; c'erano battute
che non si potevano mandare giù nemmeno dopo
cent'anni. E nella scienza i nomi androgini aiutano. Facendo
domanda per il corso di specializzazione era diventata
Greer Sandor: il nome del padre, invertito. E
quando si era sposata, Greer Sandor Farraday. Ma in
privato Thomas l'aveva sempre chiamata Lily.
«Molto bene» sussurrò Vicente. «Cambiamo argomento.
La SAAS sta facendo molto chiasso a proposito di
un congresso.»
«È da due anni che stanno facendo chiasso a proposito
di un congresso» disse Sven.
«Adesso minacciano di mandare uno dei loro.»
«Dei loro? Hanno delle persone? No, la SAAS è gestita
da macchine. Non ho mai visto un'organizzazione per
l'archeologia così poco interessata all'archeologia. Per
loro sono importanti l'illuminazione, le comunicazioni
interne, le direttive. Il mese scorso ho ricevuto una spedizione,
un'intera cassa di penne a sfera. Da più di un
anno cerco di avere accesso ai dati del satellite meteo cileno.
In fondo è il mio lavoro. I modelli climatici del
Sud Pacifico. Le correnti oceaniche e il loro rapporto
con le migrazioni polinesiane. E che cosa ottengo? Settantacinque
- il numero esatto assegnato al mio laboratorio
- penne a sfera blu.»
«Senti, Sven, forse la situazione migliorerà se manderanno
uno dei loro» disse Vicente. «Potrai esprimergli le
tue lamentele personalmente.»
«Oh le ho già espresse. Comunque basta parlare di
lavoro. Greer» disse Sven liquidando la conversazione
con un gesto della mano. «Sembri un'appassionata di
musica. Di sicuro suoni uno strumento. L'oboe, direi.»
«Non ho alcun talento musicale.»
«Sven aspira a diventare cantante d'opera» disse Vicente.
«Ed ha sempre avuto il sogno...»
«Visione.» Sven rivolse un largo sorriso a Greer.
«...la visione che noi fossimo dotati di qualche talento
artistico. Recitazione, musica, giochi. Purtroppo invece
è l'unico fra noi ad avere talento.»
«Sì. Il nostro Vicente detiene il record del più lungo
viaggio in mongolfiera sopra le Ande, ma dal punto di
vista dell'intrattenimento non vale niente. I suoi talenti
richiedono attrezzature elaborate e fondi cospicui.»
«Temo che ciò sia vero» disse Vicente con un'alzata di
spalle.
«Giochi?» La parola venne dal terzo uomo al tavolo.
«Sì, giochi, Burke-Jones. Abbiamo bisogno di giocare.
Di svagarci un po'. Non credi?»
L'uomo, lo sguardo ancora fisso sul tavolo, annuì.
Aveva i capelli biondo ramato che probabilmente un
tempo erano stati folti e ricci. Adesso gli stavano arruffati
in testa mentre alcuni riccioli solitari aderivano alla
fronte come se fossero stati disegnati con la matita. Sotto
le lenti spesse gli occhi erano gonfi di stanchezza.
«Il croquet» disse Vicente. «O il volano. Giochi britannici,
naturalmente.»
«Scommetto che Burke-Jones riuscirebbe a far volare
un volano.»
Burke-Jones sorrise.
«Eccellente» disse Sven. «Ora, Farraday, anche se le
mie capacità sono sufficienti a compensare le mancanze
di tutti gli altri, mi piacerebbe avere un complice nel crimine...»
«Crimine» borbottò Vicente. «Pregate di non sentirlo
mai cantare.»
«...un esteta, un artista, un amante delle arti.»
Greer si chiese se le loro riunioni fossero tutte così
dinamiche, così coreografiche, o se lei, come l'osservatore
in un esperimento di fisica quantistica, influisse sul risultato.
Forse era a questo che li aveva portati la mancanza
di svaghi: una specie di schermaglia nella conversazione,
l'acrobazia della celia.
«Be', so nominare quasi tutte le famiglie, i generi e le
specie degli ordini delle Urticales e delle magnolie. In
ordine alfabetico a cominciare dalla fine» disse. «Oppure
dall'inizio, se preferite. Anche se viene a noia presto.
Potresti metterlo in musica, suppongo. Serve soprattutto
a curare l'insonnia. Come contare le pecore, ma per
tipi molto compulsivi e focalizzati sul dettaglio.»
«Tassonomia.» Gli occhi di Sven guizzarono. «Decisamente
qualcosa su cui lavorare.»
Greer notò che da dietro le spesse lenti bifocali
Burke-Jones la stava guardando attentamente.
«Mi sento scrutata» disse. «Come da un inquisitore
vecchia maniera. Però temo di non avere niente da confessare.»
«Lui è Randolph Burke-Jones» disse Vicente. «Il nostro
ingegnere. Il nostro architetto. Ci dirà come hanno
fatto i rapa nui a spostare i moai.»
Di nuovo Burke-Jones abbassò gli occhi sul tavolo.
Aveva davanti a sé le rovine di tre drink tropicali: pezzi
di ananas frantumati e cerchi d'arancio avvizziti sepolti
sotto un fuoco di bivacco di stuzzicadenti colorati.
Greer si chiese dove avesse trovato tutti quegli stuzzicadenti
colorati, visto che si versavano da bere da un secchiello.
«Sei inglese?» chiese lei.
Lui alzò per un attimo lo sguardo. La luce della torcia
gli si rifletté sul viso. «Infatti.»
«Non lasciarti ingannare da lui» disse Sven. «I britannici
fingono di essere tutti compostezza e decoro ma
non Burke-Jones. Lui ha un temperamento da selvaggio.
Anche se lo nasconde bene.»
Burke-Jones tolse lentamente le sottili cannucce dai
bicchieri vuoti, le sistemò in una fila ordinata, poi prese
gli stuzzicadenti e cominciò a impilarli. Greer provò un
improvviso moto di simpatia nei suoi confronti: era un
eccentrico e non cercava di nasconderlo.
Vicente le diede un colpetto sulla spalla. «Sei riuscita
a prendere il tuo campione?»
«Sei metri di torba molto fibrosa e molto umida. Dovrebbe
essere in correlazione con almeno sei secoli.»
«E tu sarai in grado di vedere i pollini di ogni epoca?»
«Sì. Anche se ci vorrà del tempo. Il campione intero
va pulito e trattato. Ci vuole molta cura nell'estrarre i
granuli di polline. Poi bisogna contarli tutti. Solo per l'identificazione
ci vogliono settimane.» Le tornò il senso
di spossatezza. Come aveva potuto non rendersi conto
delle difficoltà di lavorare da sola? Come aveva fatto a
passare da anni di lavoro di squadra in un laboratorio a
raccogliere campioni, un'impresa solitaria su un'isola a
migliaia di miglia da tutto? «Bisogna prima di ogni altra
cosa ottenere un quadro accurato di flora e fauna
dell'isola.»
«Splendido!» disse Sven. «O, come si dice in spagnolo,
espléndido.»
«Ecco!» annunciò Burke-Jones, e quando Greer si
voltò a guardare vide che aveva costruito un tepee in
miniatura di cannucce e stuzzicadenti.
«Magistrale, amico mio!» disse Sven dandogli una
pacca sulla schiena. «Ah, guardate, ecco che arriva Don
Giovanni.» Sven chiuse gli occhi, inclinò il mento alla
luna e cominciò a canticchiare l'aria Che gelida manina.
Stava passando un vecchio. Aveva le spalle strette e
le maniche del maglione arrotolate più volte ai polsi.
Era leggermente piegato in avanti, il che gli dava un'aria
pensosa. Si trattava quasi sicuramente dell'uomo
che lei aveva visto lasciare il piatto vicino alla grotta.
«Chi è?» chiese.
«Luka Tepano» rispose Vicente.
«Quello è Don Giovanni» disse Sven.
«Luka è il guardiano devoto dell'eremita dell'isola.»
«Va bene» disse Sven. «Lancillotto.»
«La vecchia nella grotta?» chiese Greer.
«Ginevra» disse Sven. «Un po' in là con gli anni.»
«Hai fatto delle esplorazioni!» disse Vicente. «Sì. Ana
vive in quella grotta da sempre. Gli isolani dicono che è
una delle vergini neru dimenticate, le ragazze che venivano
chiuse nelle grotte a impallidire per le feste religiose.
C'erano donne incaricate di spingere il cibo dentro
la grotta. Quando i peruviani restituirono gli isolani
ridotti in schiavitù, avevano il vaiolo. L'ottanta per cento
della popolazione morì nel giro di poche settimane.
Le vergini neru non sapevano niente. Le donne che le
nutrivano morirono e le ragazze morirono a loro volta
di fame.»
«Questo è stato nel...?»
«Nel 1877.»
«Non può essere tanto vecchia» disse Greer.
«Non dimenticare» disse Sven sorridendo «che si è
tenuta alla larga dal sole.»
«È inglese» disse Burke-Jones.
«Sì» disse Vicente. «Alcuni rapa nui ritengono che la
donna sia inglese. O persino tedesca, lasciata qui dalla
flotta. Certi credono che sia una tatana: spiriti che vivono
nelle grotte. Certo, gli isolani hanno abitato le grotte
fin dall'antichità. Esiste anche una lunga tradizione di
eccentrici e profeti che vivono separati dal villaggio.»
«Che cosa significa» chiese Greer estraendo dalla
borsa il suo taccuino per cercare la pagina dove aveva
scritto le parole della vecchia: «Vai kava nehe nehe. È rapa
nui?»
«Sì» disse Vicente, «significa "oceano stupendo".»
«Oh.» Non rivelava molto. «E l'uomo? Le porta da
mangiare?»
«Luka si occupa di lei. C'è chi dice che sia suo figlio
illegittimo e che per la vergogna la famiglia la mandò a
vivere lontano dal villaggio. Abbiamo qui molti casi di
unioni disonorevoli e di figli costretti a vivere separati
dai genitori. Sono tutti talmente imparentati fra loro che
i corteggiamenti sono diventati difficili.»
«Luka è innamorato di lei» disse Sven.
«Vedi, Sven ha una vera passione per le donne più
vecchie di lui ed è convinto che tutti gli uomini la condividano.»
«Quante sono ancora in uso?» chiese Greer. «Alludo
alle grotte.»
«Difficile da dirsi» rispose Vicente. «Molte sono estremamente
ben nascoste. Molte, credo, non sono mai state
esplorate. Ma quella di Ana è l'unica ancora abitata, a
quanto mi è dato sapere. Le grotte possono essere parecchio
pericolose. Ci sono scorpioni e vedove nere. Bisogna
stare molto attenti. Se entri in una caverna lascia
sempre un indumento davanti all'ingresso così che ti si
possa trovare.»
«Se gli isolani vi vivevano, ci saranno probabilmente
tracce di cibo, i loro rifiuti. E dentro potrebbero esserci
dei fossili.»
«Ossa» disse Sven. «Pile di ossa. Ossa umane. Uomini,
donne, bambini.»
«Farraday ha bisogno di piante fossili, Sven. Il suo interesse
principale è il polline.»
«È la mia specialità.»
Sven bevve un sorso del suo drink. «Era anche la specialità
di tuo marito?»
«Sì.»
Qualcosa nella pausa che seguì le disse che prima
avevano parlato proprio di Thomas.
«Vorrei di nuovo chiederti scusa per non essere stato
al corrente della situazione» disse Vicente. «È difficile
per noi quaggiù seguire gli avvenimenti del mondo reale.
Ti faccio le mie condoglianze.»
«Grazie» rispose lei.
«Sì» disse Sven, «una notizia sconvolgente.»
«Per lui, soprattutto» disse Greer, e appena l'ebbe
detto si rese conto che non stavano parlando della disgrazia
di Thomas. Le avevano semplicemente fatto le
condoglianze per la sua morte. Forse nessuno di loro
ricordava i dettagli dello scandalo, sconosciuto del resto
al di fuori del mondo della palinologia. Ricordavano
solo che l'eminente Thomas Farraday era stato licenziato
da Harvard per qualcosa che riguardava i dati
di una ricerca e la loro unica curiosità - la domanda
che le era stata posta anche troppe volte - era: Greer lo
sapeva?
«Dovrei tornare» disse alzandosi. Si alzarono anche
Vicente e Sven; Burke-Jones si tolse gli occhiali, li pulì
con un fazzoletto, se li rimise ed esaminò il suo tepee.
«Così presto?» chiese Vicente.
«Ho bisogno di una doccia e di una notte di buon sonno.
Domani sarà un'altra giornata sul campo. E dopodomani.
E il giorno dopo.»
«Ti prego, facci sapere come procede la tua ricerca»
disse Vicente. «Come ho detto dobbiamo aiutarci a vicenda
ogni volta che è possibile. Tutto il nostro lavoro è
collegato, non dobbiamo dimenticarlo. Ci vediamo in
giro.» Toccandole il gomito sussurrò: «Allora, il giaggiolo?
Non significa davvero niente?».
«Potrebbe significare moltissimo» disse lei. «Se dato
alla persona giusta.»
«Ah, ci penserò sopra. Buonanotte, dunque.»
«Buonanotte» disse lei prendendo lo zaino.
Fu una breve passeggiata fino al residencial. Le strade
erano silenziose, i piccoli edifici di cemento azzurri e
bianchi, separati da trincee d'ombra, già chiusi per la
notte. L'unico suono che si sentiva era il lieve fruscio
dei suoi sandali. Poi da una casa uscì una giovane coppia
di isolani a braccetto. Parlando, la ragazza toccava
la collana di conchiglie bianche che portava al collo e il
ragazzo ascoltava con attenzione. Sembrano felici, pensò
Greer. Fiduciosi. Al suo passaggio sorrisero.
Di ritorno ad Ao Popohanga trovò Mahina alla scrivania
dell'ufficio che prendeva appunti su un libro mastro.
«Buenas noches, doctora! Come è andato il lavoro? Ramon
dice che eri molto contenta del tuo pezzo di terra.»
Difficile immaginare Ramon che dicesse a qualcuno
una frase così lunga. «Sì. Ho preso un buon campione,
credo.»
«Dice che hai lavorato a Rano Aroi tutto il giorno.
Molto vicino c'è Terevaka. Punto più alto di isola. Un
giorno tu vai. Ti porterò io. Ma adesso hai altro lavoro,
doctora. Hai molti, molti libri!» Da dietro la scrivania
Mahina prese una pila di testi consunti.
«Per me?»
«Sì, sì. Da senor Portales.»
«Grazie.» Greer si sentì risollevare il morale. Lavoro...
bene. Forse non era ancora pronta per dormire. Un
po' di lettura prima di addormentarsi le avrebbe ricordato
di non avere davanti a sé solo la fatica fisica. «Molte
grazie, Mahina.»
«Anch'io libri, vedi.» Mahina indicò una libreria dalle
ante di vetro con un ripiano coperto di vecchi volumi
rilegati in pelle. Le lettere sul dorso erano sbiadite. «Se
tu bisogno per ricerca, chiedi. Erano di mio padre.»
«Grazie. Allora buonanotte.»
In camera sua Greer fece una lunga doccia calda e si
sistemò a letto, sostenuta da un semicerchio di testi: il
diario di Roggeveen tradotto in inglese, una copia rilegata
a mano del giornale di bordo del capitano Cook; il
Viaggio intorno al mondo di Jean-François de Galaup,
comte de La Pérouse; una copia del documento con cui
don Felipe Gonzàlez y Haedo dichiarava l'isola territorio
spagnolo; i diari di viaggio di Pierre Loti, il diario
dell'ufficiale pagatore Thomson del Mohican USS. Nel
libro di Roggeveen era stato infilato un foglio di carta:
Vi troverai nascosti alcuni brani utili, credo. Adesso puoi
conversare con i primi visitatori, fatta eccezione per gli inglesi
che scomparvero nel nulla con i loro diari e non possono essere
di alcun aiuto. Parli francese e spagnolo? Avrei dovuto
chiedertelo. Se ti serve, posso tradurre Loti, La Pérouse e
Gonzàlez.
Vicente
Be', pensò lei appoggiando i cuscini bozzoluti contro
la testata, Vicente era senza dubbio gentile. Strano però
che non avesse accennato ai libri davanti agli altri, come
se fosse una faccenda privata tra loro due.
Una corrente fresca gonfiò la tenda e Greer alzò l'imbottita
fino al petto. Sfogliò il giornale di bordo di Jacob
Roggeveen che descriveva la spedizione nei dettagli,
dal primo avvistamento dell'isola fino alla partenza. Si
era imbattuto in Rapa Nui nel 1722, durante una missione
per conto della Dutch East India Company. Era il
giorno di Pasqua e dalla nave Roggeveen aveva pensato
che l'isola fosse composta interamente di sabbia:
...confondemmo l'erba secca e il fieno e altra macchia bruciata
e carbonizzata con un terreno di arida natura, perché da
lontano la vegetazione sembrava straordinariamente rada.
Tuttavia il giornale di Roggeveen non menzionava
altre caratteristiche del paesaggio. Era già abbastanza
utile così: erba secca, vegetazione rada. Un'isola talmente
arida da venir ritenuta coperta di sabbia. Significava
che nel 1722 l'isola ospitava poca flora più dell'attuale.
Ogni eventuale estinzione di massa doveva
essersi verificata prima dell'arrivo di Roggeveen.
Greer proseguì la lettura e un altro passaggio attirò la
sua attenzione:
Durante la mattina il capitano Bouman portò a bordo un
isolano, insieme con l'imbarcazione con la quale si era avvicinato
alla nave. Era completamente nudo, senza niente addosso
per coprire ciò che il pudore deve trattenersi dal rivelare.
Questa sventurata creatura sembrava molto contenta di vederci
e mostrò grande meraviglia per la conformazione della
nostra nave. Prese nota soprattutto dell'assetto degli elementi
di alberatura, della solidità dell'attrezzatura e delle parti mobili,
le vele, i cannoni - che esaminò nei dettagli con estrema
attenzione - e con tutto il resto che vedeva...
Dalle navi si staccarono numerosissime canoe; in quel tempo
quella gente ci mostrava la sua grande cupidigia per tutto
ciò che vedeva; ed erano così audaci da levare i cappelli e i berretti
dalla testa dei marinai e saltare fuori bordo con il bottino;
poiché sono eccellenti nuotatori a giudicare dal grande numero
di loro che hanno raggiunto le navi nuotando da riva...
Quanto alle loro imbarcazioni d'altura, sono di fattura scadente
e fragili; perché le loro canoe sono costituite da piccole
assi e intelaiature leggere, che con abilità tengono unite con
una corda fine... Mancando essi della conoscenza e soprattutto
del materiale per calafatare il grande numero di giunture e
renderle stagne, di conseguenza fanno molta acqua.
Il mattino procedemmo con tre barche e due scialuppe, che
trasportavano centotrentaquattro persone tutte armate di moschetto,
pistole e sciabole corte... procedemmo in ordine sparso
ma tenendoci vicini e ci arrampicammo sulle rocce, che sono
molto numerose al margine del mare, fino al terreno
uniforme o piatto, gesticolando per far capire ai nativi, che si
premevano intorno a noi in gran numero, di stare alla larga e
lasciarci passare... marciammo per fare spazio ad alcuni dei
nostri che stavano alle spalle, in modo che rientrassero nei
ranghi, i quali di conseguenza vennero fatti fermare per permettere
al più lontano di raggiungerci quando, del tutto inaspettati
e con nostro grande stupore, sentimmo quattro o cinque
spari alle nostre spalle, insieme con un vigoroso grido «'t
is tyd, 't is tyd, geeft vuur» (È ora, è ora, fuoco!). Al che, in
un attimo, furono sparati più di trenta colpi e gli indigeni,
stupiti e spaventati, si diedero alla fuga lasciando sul terreno
dieci o dodici morti, oltre ai feriti...
Roggeveen sembrava non avere altre spiegazioni per
quello scoppio di violenza.
Greer chiuse il libro e lo appoggiò. Quante volte nella
storia del mondo, si chiese, si era ripetuta la stessa vicenda?
Un gruppo armato in esplorazione che scende a
riva e apre il fuoco. I moai, il rongorongo, l'estinzione della
flora: niente di tutto ciò contava. L'isola di Pasqua era
come ogni altro territorio al mondo: quando dopo secoli di isolamento aveva incontrato il mondo, ne era stata
aggredita. Che cosa si poteva fare? Non era tutto ciò,
preistoria e storia - speciazione, migrazione umana,
esplorazione - solo una versione elaborata del gioco
delle sedie? Si varcava un confine, ci si annetteva una
colonia, si esplorava un'isola. Un serpente clandestino
trasportato da un relitto riusciva a raggiungere un nuovo
lido, un albero del pane solcava l'oceano fra le braccia
di un naturalista, un mammut preistorico attraversava
un ponte continentale. La musica suonava, le
posizioni cambiavano e alla fine veniva tolta una sedia.
Una risorsa era stata eliminata e a qualcuno toccava restare
in piedi. Estinzione, genocidio, sopravvivenza del
più forte. C'era sempre qualcuno che doveva abbandonare
il gioco.
Greer provò una tristezza familiare. Di solito se ne liberava
con una passeggiata sulla spiaggia o un salto al
cinema, invece oggi doveva dormirci sopra. Spinse i libri
in fondo al letto, spense la luce e chiuse gli occhi. I
suoni della notte - ali di falene che battevano contro la
finestra, risate provenienti dalla strada - si intensificarono.
Girandosi sulla pancia si coprì la testa con un cuscino
per attutire i suoni, ma la mente continuava a vagare.
Diresse i pensieri su Roggeveen e riesaminò il suo resoconto.
Con che cosa gli indigeni avevano costruito le
loro canoe? Che effetti aveva avuto lo scambio di beni
su una popolazione così isolata? Possibile che gente capace
di costruire e trasportare statue gigantesche proprio
non sapesse come calafatare una canoa? Qual era
stato l'effetto psicologico della violenza degli uomini di
Roggeveen?
Un fruscio di foglie nel cortile la distrasse e ancora
una volta Greer si rigirò, sistemò la trapunta, si accomodò
sul fianco con il cuscino contro l'orecchio. Negli
ultimi mesi per lei le notti avevano significato o insonnia
o stanchezza estrema. E dopo una giornata nel cratere
e una bevuta con i ricercatori, avrebbe dovuto essere
esausta.
Cominciò a sussurrare i nomi delle famiglie delle Urticales.
Urticaceae, ortica. Urtica dioica. Boehmeria nivea.
Ulmaceae, olmo. Ulmus americana. Ulmus parvifolia.
Ulmus rubra. Ulmus alata. Ulmus procera.
Moraceae, gelso...
Gelso. Greer si fermò. Il gelso comprendeva il famoso
fico strangolatore della foresta amazzonica. Da piccolo
germoglio si arrampicava sul tronco di un albero vicino,
salassando acqua e minerali dalla corteccia, lottando per
raggiungere la luce del sole. Una volta che le radici del fico
prendevano, si ingrossavano e indurivano, i rami e le
foglie crescevano avviluppando l'albero che lo ospitava,
strangolandolo fino a ucciderlo. Alla fine il fico appariva
mostruoso - bulboso, contorto - le radici fuse come tumori
nell'albero ospite ormai privo di vita. Tagliando il
tronco, come Thomas aveva fatto davanti ai suoi studenti
la prima volta che Greer aveva visto uno di quegli
esemplari, all'interno si poteva vedere la vittima.
«Ecco qua. La natura non è sempre gentile» aveva annunciato
Thomas indicando una sezione trasversale
delle radici aggrovigliate. Aveva passato in rassegna la
classe con lo sguardo. «Mai assumere atteggiamenti romantici
verso il mondo naturale. Ciò che conta è vederlo con chiarezza, vedere quello che c'è, non quello che si
vorrebbe vedere. Le piante non hanno né bellezza né innocenza
intrinseca. L'Artemisia absinthium emette veleno
dalle foglie: basta che piova una volta e tutte le piante
vicine sono morte. Non si tratta di un atto di bontà né
di cattiveria. Si tratta semplicemente di un meccanismo
sviluppato da un organismo particolare per assicurarsi
la sopravvivenza. Il fiore più grande del mondo è prodotto
dalla Rafflesia arnoldii, una pianta parassita dell'arcipelago
malese. Vive dentro le piante rampicanti,
poi si apre un varco attraverso la corteccia dell'ospite, si
espande in un fiore di dieci chili alto un metro che odora
di carne in putrefazione, il che non è bello. Questa è e
sempre sarà la differenza fra i botanici e il resto della
popolazione, e voi dovete ricordarlo: guardando una
pianta noi vedremo un resoconto complesso di bisogni
e relativa soddisfazione, di adattamento e mutazione.
Tutti gli altri - i vostri genitori, gli amici, i compagni di
stanza - vedranno solo qualcosa di colorato. Qualcosa
da mettere in giardino o sul davanzale. Vedranno qualcosa
che il loro benevolo Dio giudeo-cristiano ha creato
per rallegrarli.»
Thomas aveva perfezionato il ruolo dello scienziato
pragmatico e amava far colpo sugli studenti del primo
anno. Guardandolo, quel giorno, Green non capiva ancora
il dramma che nascondeva. Sembrava un cinico
impareggiabile, un uomo che aveva guardato nei microscopi
tanto a lungo da non saper più vedere la bellezza
del mondo naturale. Mai, si disse lei, sarebbe diventata
così: una scienziata indurita. E nel suo cinismo
aveva visto una sfida, le era venuta voglia di mostrargli
che in realtà il mondo era stupendo. Il giorno dopo la
lezione, seguendo un impulso che avrebbe dato il via al
loro corteggiamento, gli aveva infilato sotto la porta
dell'ufficio un brano del Canto di me stesso di Walt Whitman
che aveva sempre amato.
Ripensandoci, distesa a letto, le parole di Thomas sul
fico strangolatore le suonarono inquietanti. Gliele aveva
sentite ripetere decine di volte, a ogni corso introduttivo
in cui aveva insegnato mentre erano stati sposati.
Era il suo discorso preferito. Greer non aveva mai immaginato
che le sue convinzioni potessero varcare il
confine della sua materia per insinuarsi nella loro vita,
nel loro matrimonio.
Provò una strana sensazione di malessere allo stomaco.
Scostò le coperte e scese dal letto. Sulla scrivania c'era
il piccolo seme che galleggiava nel suo universo liquido.
Otto anni. Non lo avrebbe dovuto portare con sé.
Si infilò i sandali e una gonna sopra la camicia da
notte, prese la torcia elettrica e lasciò la stanza. Il portico
era silenzioso; muovendosi senza far rumore Greer attraversò
il cortile e notò in mezzo al fogliame un lampo
bianco: davanti alla statua della Vergine c'era Maria
Mahina, in ginocchio, che pregava. Aveva gli occhi
chiusi e fra le mani teneva una fotografia.
Era lì che Mahina andava a cercare la pace. Grazie alla
preghiera certe persone riescono a venire a patti con
il passato. Ma Greer non apparteneva a nessuna chiesa,
a nessuna fede, e in notti come quella, quando non riusciva
a dormire, non le restava altro che un senso di solitudine.
Aprì la porta principale e uscì, diretta al laboratorio.
...
.
...
CAPITOLO 10.
...
.
...
I tedeschi attraversarono il Pacifico ripercorrendo le rotte degli antichi polinesiani: Eniwetok, l'isola Fanning, Samoa, Bora Bora, Tahiti.
Si rifornivano di carbone dove potevano, riempiendo le stive delle navi all'ancora sotto il sole cocente. Di notte tenevano gli incrociatori al buio, poiché una sola lanterna sarebbe bastata a rivelare la loro presenza a un'imbarcazione di passaggio. Senza attività e senza distrazioni, gli uomini avevano tutto il tempo di pensare agli inseguitori. Le navi della Marina inglese e francese erano molto più numerose delle loro, e gli Alleati disponevano ovunque di porti sicuri per i rifornimenti. Con il coinvolgimento del Giappone nella guerra, le probabilità di farcela diventavano nulle.
All'ammiragliato di Berlino la speranza che von Spee potesse cavarsela era quasi svanita. Il Kaiser Wilhelm, mosso a compassione dalle sorti del comandante solitario, cercò di inviare parole di incoraggiamento: "Che Dio vi protegga nell'imminente dura battaglia". Ma von Spee si trovava di là della portata della radio di Tsingtao e non ricevette mai il messaggio. Agiva in solitudine, privo di mezzi per tenersi in contatto con la patria, con le navi di rifornimento e persino con le navi da guerra al suo comando.
Doveva trovare un luogo di raduno, un punto del Pacifico dove raggruppare lo squadrone. Per far ciò era necessario rompere il silenzio radio, rischiare, nella speranza di riunire le sue forze, che il messaggio venisse intercettato. Non aveva scelta. L'unico interrogativo era dove. Studiando la carta in cerca di un porto sicuro individuò subito il posto perfetto, una terra di cui conosceva la storia, un'isola visitata dal capitano Cook dove le spiagge erano popolate da strane statue di dimensioni gigantesche. Un luogo che era il punto più lontano possibile dal resto del mondo: l'isola di Pasqua.
Flotta sventurata: Grafvon Spee e l'impossibile ritorno a casa.
...
.
...
CAPITOLO 11.
...
.
...
Montano il campo su una striscia sottile di sabbia sulla costa settentrionale dell'isola.
Bisogna portare a riva tutto quello che c'è nella stiva nonostante le onde alte. Mentre la goletta ballonzola sull'oceano, Elsa cerca di non perdere l'equilibrio e, svogliatamente, apre casse, borse e secchi.
La notte appena passata l'ha lasciata esausta. I visitatori
indigeni - quaranta, li ha contati - si erano rifiutati
di sbarcare prima di aver concluso la loro cerimonia
di benvenuto, che prevedeva un elaborato scambio
di statuette di legno e dolci, banane e tabacco, taro e tè.
Nell'eccitazione il cappello di Edward era stato scambiato
per un pollo starnazzante, qualche minuto dopo
il padrone del pollo, sconsolato, si era ripreso il suo
animale. Ma quando Alice portò la gabbia di Pudding
sul ponte e un'ondata di mormorii rispettosi attraversò
i visitatori, il padrone del pollo si fece avanti, suggerendo
a grandi gesti uno scambio con il pappagallo.
Allora Edward intervenne. «Non per mangiare. E un
animale da compagnia. Amico. Un amigo». Il suo rifiuto
chiaramente offese il gruppo, ma Alice cominciò a
mandare baci al pappagallo, che disse "uccello superiore",
e nello stupore l'affronto venne dimenticato. Un
uomo con le braccia interamente coperte di tatuaggi
che indossava un cappello rosso con bottoni di ottone
cominciò a dirigere un coro. Si interruppe con un brontolio
di disapprovazione quando i ragazzi più giovani,
distratti dalla scoperta del bustino di Elsa, sbagliarono le parole.
Mescolando spagnolo e tahitiano Edward cercò di ingaggiare
uomini per l'indomani. «Trasporto? Llevar?» Gli
isolani lo fissavano mentre lui sollevava una scatola piena
di scatolette di carne. «Vedete: Por-tare. Lavoro. Anga?»
«Tangata rava-anga» disse Elsa.
Un ragazzo con un ciuffo ribelle di capelli si fece
avanti e prese la scatola dalle mani di Edward.
«Maururu» mormorò qualcuno. «Grazie.»
«Be', dovevamo aspettarcelo» disse Edward verso l'alba,
quando finalmente gli indigeni si lasciarono scivolare
con grazia giù dal parapetto e sulle loro canoe, gridando
"iorana" e studiando il bottino di biscotti, fagioli e sigarette,
per poi puntare le imbarcazioni affusolate verso la costa.
Durante i convenevoli erano stati sacrificati rifornimenti
sufficienti a un mese di sopravvivenza. «È il modo
migliore per guadagnarci la loro fiducia. Vedrete. Certamente
ricambieranno con la tradizionale cortesia degli
ospiti. Con i kikuyu all'inizio è andata proprio nello stesso modo.»
Ora è mattina e Kierney ed Eamonn devono partire
in cerca della nave della società cilena ancorata davanti
al villaggio sul lato opposto dell'isola. Sfinita e nervosa,
Elsa li saluta dal ponte della goletta. Vorrebbe che potessero
trattenersi ancora, magari solo per pochi giorni.
Quando loro gettano le borse sulla lancia lei aggiunge
qualche scorta extra di tè e caffè. «Siete sicuri che riuscirete
a trovare la nave? Magari sarebbe meglio aspettare,
così potremmo trovarla tutti insieme. Per essere sicuri.»
«Se c'è una cosa che so come trovare, signora Beazley»
rispose Eamonn saltando sulla lancia, «è una barca su cui devo navigare.»
Una sacca scavalca il parapetto e cade con un tonfo
sull'imbarcazione. «In mare, dunque!» grida Kierney da
dietro. Corre lungo il ponte, si aggrappa al parapetto e
scende con una piroetta. Fermandosi guarda alle spalle
di Elsa, dove Edward e Alice, sottocoperta, sono indaffarati
ad aprire una cassa. Con una smorfia mormora:
«Siete ancora in tempo, se volete fuggire con noi».
«State insinuando» ride lei «che ho percorso duemilatrecento
miglia per tornare immediatamente a Valparaiso?»
«Ci si potrebbe divertire.» Le strizza l'occhio. «Voi
avete bisogno di divertirvi un po'.»
«Kierney, dopo tutti questi mesi non avete ancora capito
che cos'è la decenza?»
Lui la fissa e lei si accorge di arrossire. «Sembra di
no» dice il marinaio afferrando le scatole di tè e caffè ai
piedi di Elsa. «In compenso ci vedo benissimo.» Ride e
salta sulla lancia. «Buona fortuna al capitano Beazley e
alle due signore!»
Edward compare sul ponte. «Ah, gli uomini sono
pronti? Eccellente.» Scende dalla scaletta e, salito sulla
lancia, rema verso la riva. Elsa rimane a osservare i due
marinai saltare a terra e con un balzo arrivare sul terrapieno.
Portano le sacche a tracolla, hanno le braccia cariche
di scatolette. In cima alla collina una mezza dozzina
di isolani a cavallo controllano l'attività. Kierney ed
Eamonn indicano il mare e si avvicinano. Di lì a poco
cedono i barattoli di Elsa e salgono a cavallo dietro gli
isolani tenendosi strette le sacche contro il petto. Gli
animali sovraccarichi avanzano a fatica, diventano sempre
più piccoli e infine scompaiono.
I pochi indigeni rimasti osservano l'attività sulla goletta
e gli sforzi che Edward sta facendo per tornare indietro,
senza muovere un dito per aiutarlo. Salutano a grandi cenni.
«Forse il lavoro non appartiene all'etica indigena di
Rapa Nui» dice Edward sbarcando dalla lancia con la
faccia bruciata dal sole e lucida di sudore. Con il fazzoletto
monogrammato si asciuga la fronte. «Perlomeno
sembrano abbastanza socievoli.» Evidentemente cerca
di fare di necessità virtù. A essere onesti non aveva previsto
di farsi aiutare nelle operazioni di scarico da Elsa e
Alice, ma a quanto pare non ha scelta.
È un giorno caldo e senza vento. Siamo a marzo, quasi
un anno è trascorso da quando hanno lasciato l'Inghilterra,
ma è un marzo molto diverso da quello inglese.
Qui è la fine dell'estate.
Alice, l'unica dei tre a non essere stanca, trasforma lo
sbarco in un gioco. Lancia coperte e secchi e barattoli di
tè sull'imbarcazione, Edward li sistema e poi li scarica
sulla spiaggia. Questa interminabile catena fatta di caricare,
remare e scaricare riempie la giornata. Si interrompono
soltanto a mezzogiorno per ripararsi all'ombra sottocoperta.
Entro il tramonto hanno montato due tende sulla
spiaggia e ammucchiato quasi tutto l'equipaggiamento
sull'erba. La lancia è stata tirata in secca. E forse per abitudine,
forse per desiderio, quando decidono che finalmente
è giunto il momento di ritirarsi, Elsa entra nella
tenda con Alice. Malgrado lo sfinimento Edward commenta:
«Non credi che sia giunto il momento per Alice
di avere un po' di spazio per sé?».
Elsa si ferma sotto la zanzariera allentata. Alza la lanterna
e lo osserva, ne studia l'alta statura, le spalle ampie,
l'espressione bisognosa. Dopo mesi passati sulla
barca, dormendo in cabine separate, dopo ore trascorse
ad allestire un campo, come è possibile che gli importi
dove dormono e con chi? Se soltanto avesse un po' di
tempismo, il senso dei ritmi naturali delle cose. Se soltanto
potesse capire che certo lei non desidera cominciare
la loro vita intima proprio questa notte. «Edward, ti prego.»
«Come non detto. Come non detto.»
Tuttavia rimane lì fermo sulla spiaggia, con il suo abito
bianco da capitano tutto stropicciato e lo sguardo indignato.
Sembra inebriato dalla fatica.
«Oh, aspetta un momento» sbotta Elsa. E in quella
frase esplode la pressione accumulata in mesi di contegno
e discrezione. Il viaggio è ormai finito, basta con le
avversità del clima e il cibo razionato; la sfida che per
un anno intero è stata il collante della loro amicizia, della
loro intesa, è conclusa. Ce l'hanno fatta. E poiché le
loro vite non sono più in pericolo, a Elsa sembra che il
diritto di sentirsi infastidita, la libertà di provare irritazione
- sospesi durante quei mesi di duro lavoro - siano stati ripristinati.
È evidente che Edward se ne rende conto. Rimane
sotto la luce della luna, sorpreso, sconcertato.
Ma come fa Elsa a provare fastidio nei suoi confronti
dopo aver scelto di sposarlo e di seguirlo in questo viaggio?
La colpa di Edward consiste nell'averle offerto l'unica
scelta praticabile, un compromesso per la salvezza
che le circostanze le hanno imposto di accettare.
«Solo un momento, caro» grida. «Auguro la buonanotte ad Alice.»
Si infila sotto la tenda illuminata dalla luce verdastra della lanterna e bacia la sorella.
«Anche Pudding.»
La gabbia di Pudding è sul pavimento. Elsa gli manda un bacio. «Buonanotte, Pudding.»
Alice ridacchia. «Sei arrabbiata con Beazley.»
«Siamo solo stanchi. Tutto qui. Sfiniti. Dormiamo nella tenda vicina.»
«Dormi lì?»
«Sì, Allie.»
«E noi due?»
«Tu e Pudding starete benissimo. Se hai bisogno di qualcosa mi chiami. D'accordo?»
«Non dimenticarti di tornare, al mattino.»
«Mi chiamerai, se hai bisogno di qualcosa?»
«Se vengono i pipistrelli ti chiamo.»
«Allie.»
«O quelle zanzaracce.» Alice si è già coperta con le lenzuola come una mummia.
«Sarò qui accanto. Se metti la testa fuori dalla tenda puoi vedere dove sono.»
«Ho caldo.»
«Perché ti sei tutta avvolta nelle lenzuola, sciocca.»
«Rinfrescami, Elsa.»
Elsa soffia sulla fronte della sorella. «Sarò proprio qua vicino a te. Buonanotte, adesso.»
Lasciarla da sola le sembra strano, ma che alternative
ha? Ora deve assolvere a un nuovo dovere e basta. Elsa
chiude la zanzariera e lentamente cammina sulla sabbia
pesante, diretta alla tenda di Edward. Lui è seduto su
uno sgabello, porta una camicia da notte bianca.
«Elsa, siamo sposati, dopotutto.»
«Sì» dice lei cercando di avere un tono gentile. «Siamo
marito e moglie. Lo so. Ma non ci sono ancora abituata.
Sono abituata a stare con Alice. Non c'entra con te. Con noi.»
Slaccia velocemente la camicetta e la gonna. «È stata una giornata estenuante, vero Edward? Tutte quelle casse. Mi stabilirei qui per sempre, pur di evitare di spostarle un'altra volta. Spero che domani ci si potrà rilassare un po'.»
«Ti prometto che domani faremo soltanto i turisti. Esploreremo l'isola.»
«Bene» dice lei. «Non ho mai fatto la turista.»
Quando siede sul bordo della branda su di loro scende
il silenzio. Fuori le onde si frangono sugli scogli con
grande fragore. Elsa sente il vento muovere la tenda e
per riflesso pensa che tra poco Kierney comincerà a gridare
dal ponte, oppure che Eamonn le chiederà di fissare
una galloccia, e Alice strillerà vedendo un albatro. Invece
ci sono soltanto loro due... e che cosa mai hanno da
dirsi, ora? Non hanno niente da fare, non devono sistemare o aggiustare niente.
«Elsa... io... ti... ti spavento?»
«Edward, è un'assurdità.»
«Mi rendo conto di essere molto più anziano di te. In
effetti sono vecchio, praticamente. Certo non sono il
marito che sognano le ragazze della tua età.»
Sentendo queste parole Elsa vorrebbe avvicinarsi, baciarlo,
ma ha paura che la sua gentilezza venga male interpretata.
Non può stare con lui adesso; è troppo presto,
troppo strano. «Sono stata tanto preoccupata per Alice»
dice. «Quando si è allontanata con la barca... mi ha proprio
spaventata. E il viaggio è stato molto faticoso.»
«Certamente.»
«Mi piacerebbe abituarmi a questo posto. Ambientarmi
un pochino.»
«Elsa, va tutto bene. Abbiamo due brande.»
«Edward...»
«La cosa più importante ora è riposarsi bene.» Si alza
dallo sgabello e si infila sotto le lenzuola. Soffia sulla
lanterna per spegnerla.
«Dobbiamo riprenderci» dice Elsa.
Dandole la schiena lui sussurra: «Non dimenticarti di
mettere un po' di cotone nelle orecchie. Certamente ci
saranno forbicine e altri insetti».
«Lo farò, Edward. Buonanotte.»
Sdraiata sulla branda, Elsa si infila il cotone nelle orecchie,
spegne la lanterna e si tuffa a capofitto in un sonno
paludoso. Sogna, come sognerà nelle settimane che seguiranno,
di essere ancora sulla barca che scivola sull'acqua.
Bianchi uccelli affusolati volano in cerchio sopra di
lei, che tiene gli occhi fissi sull'orizzonte infinito. Quando
infine avvista la terra, questa è coperta di muschi e
felci e dal centro sale uno snello pennacchio di fumo. Ma
allorché lei si avvicina alla riva il fumo scompare.
Qualche ora dopo Elsa si sveglia nell'oscurità più
completa, in un silenzio insolito e vuoto, con un corpo
stretto accanto al suo. Si irrigidisce, soffoca un'esclamazione.
Toglie i batuffoli di cotone dalle orecchie. Edward
ha davvero osato? Poi un lungo ricciolo di capelli le cade
sulla guancia. Un respiro dolce e ritmico riempie la tenda.
Elsa si rilassa, e torna ad abbandonarsi al sonno. È soltanto Alice.
Perlustrano e scattano foto per tutto il primo mese.
Le distanze sono notevoli, il terreno roccioso, e per spostarsi
si procurano tre cavalli scambiandoli con del tabacco.
Dopo alcuni giorni passati a illustrarle i vantaggi
- «Allie, è molto più semplice che andare in bicicletta» -
Alice si lascia finalmente convincere a montare la sua
cavalcatura, e tutti insieme percorrono l'isola, aggirando
le pecore che a greggi numerosi brucano i pendii erbosi.
Annotano sulla loro carta le distanze, i luoghi di riferimento
più importanti e l'ubicazione delle statue
cadute. Un paio di volte alla settimana vanno fino al lago
di origine vulcanica ad approvvigionarsi di acqua
fresca con secchi e catini e li riportano all'accampamento.
Una volta alla settimana percorrono dieci miglia per
arrivare ad Hanga Roa, la città dall'altra parte dell'isola,
dove barattano merci in cambio di frutta, verdura e carne
e dove cercano di farsi restituire i loro averi.
Pentole, sottovesti, sapone, tè, spago... ogni mattina
scoprono che qualcosa di nuovo è scomparso. Quando
escono dalle tende il sole nascente rivela sulla sabbia
una cassa aperta, un catino capovolto, un baule saccheggiato.
Ma non impiegano molto a imparare il semplice
metodo per rientrare in possesso delle loro cose:
chiederle. Andando in città, un giorno, passano accanto
a un vecchio che porta una delle cravatte di Edward annodata
come un fazzoletto intorno alla testa. Quando
Edward la indica con un dito, l'uomo si limita a toglierla,
la restituisce e se ne va. Si accorgono che il furto,
benché diffuso sull'isola, è equilibrato da frequenti, pacifiche
restituzioni degli oggetti sottratti.
«Vedi, l'isola è una comunità chiusa» dice Edward un
mattino durante la prima colazione, dopo aver scoperto
che un altro dei caschi di Elsa è scomparso. «Il furto, in
senso tradizionale, priva completamente il proprietario
della sua proprietà. Sull'isola invece niente può essere
sottratto e rimosso in maniera definitiva, viene soltanto
trasportato da un luogo all'altro. Ergo: non si tratta di vero
furto. Potremmo dire che le cose vengono prese in prestito senza autorizzazione.»
Sulla spiaggia hanno montato un semplice tavolo
quadrato che usano per i pasti. Per farsi dei comodi sedili
hanno coperto tre casse con delle lenzuola.
«Be', non è corretto prendere in prestito il tè e poi
berlo» dice Elsa spalmando la marmellata su un biscotto.
Non è che il tè le stia particolarmente a cuore, ma la
sua copia del Viaggio di un naturalista intorno al mondo è
scomparsa e non sa come fare a dirlo a Edward. Perdere
un regalo porta sfortuna, pensa. Soprattutto se è un regalo
di nozze. È scomparsa anche la sacca di cuoio di Alice.
«Nolo contendere» dice lui. «I generi commestibili, in
effetti, contraddicono la mia ipotesi.»
Dal suo tono Elsa capisce che è di umore battagliero.
«Comunque è una buona ipotesi. Un isolamento così totale
non può non determinare i comportamenti sociali.»
«Ebbene... Elsa» continua lui tagliando una fetta di
guaiava, «per loro rappresentiamo una situazione insolita.
Potremmo sparire dall'isola in qualsiasi momento
portando con noi i nostri averi e anche i loro, se avessimo
un concetto di proprietà privata altrettanto labile.
Non dimenticare che la goletta è in nostro possesso.»
«Speriamo che ci rimanga.» A causa della forte corrente
l'hanno dovuta ancorare al lato opposto dell'isola.
«Ma deve pur esistere un codice di scambio, o perlomeno
esisteva prima del nostro arrivo. Penso che la nostra
presenza abbia creato una frattura, per così dire.
Che li ha gettati in confusione.»
Confusione. Sì. Come altro chiamarla? Uno dei suoi libri
di Darwin è stato rubato da qualcuno che non sa
nemmeno leggere l'inglese. Le casse, una volta svuotate,
spariscono. Le donne passeggiano per Hanga Roa indossando
i suoi cappelli, le sue sottovesti, le giacche di
pizzo di Alice, le ragazze usano le cravatte di Edward come cinture per i grembiuli.
Non passa molto prima che quell'estro colga anche Alice. Una mattina esce dalla tenda con un grembiule bianco in stile rapa nui.
«Alice, quello da dove viene?»
«L'ho preso in prestito. Sono una rapa nui.»
«Allie.»
«Vedi? Sono Alice rapa nui.» E comincia un'elaborata
pantomima sulla sabbia: si accovaccia, rimbocca le maniche
e finge di strappare un taro dal terreno. Scava un
buco, mima il trasporto di pietre invisibili e le sistema
una a una nel suo forno di terracotta, poi si alza ad ammirare
con orgoglio il lavoro immaginato. Che meraviglia,
pensa Elsa, questa abilità, questo desiderio di immaginare
se stessi nei panni di altre persone. Alice può
credere di essere Rodney Blackwell, la sorella o chiunque
altro. Però Elsa si chiede se la sorella si renda conto
di quali siano veramente i suoi confini, dove lei termina
e dove cominciano gli altri.
Alcuni giorni dopo, mentre si trovano ad Hanga Roa
a fare provviste, vengono raggiunte dalla proprietaria
del grembiule. È una giovane donna pallida che si avvicina
ad Alice e le batte un colpetto sulla spalla. Non
sembra risentita per il furto. Tira fuori la sacca di cuoio
di Alice e la silenziosa proposta di scambio provoca sorrisi
nelle due donne come se fosse Natale e quegli oggetti
fossero, oltre che doni ponderati, anche una generosa
sorpresa. Alice si toglie il grembiule e lo porge alla
donna restando in camiciola e mutande. Quando l'indigena
la vede aprire la sacca, accarezzarne il cuoio morbido
e chiudere gli occhi canticchiando, si immobilizza.
Guarda Elsa preoccupata, poi Edward. Infine fa un passo
in avanti e restituisce il grembiule ad Alice. Le prende
una mano e gliela bacia, poi preme la propria fronte
su quella della ragazza.
Allora Alice comincia a ridere e contorcersi e ben presto
attira l'attenzione di tutta la strada. Un ragazzo,
quello che la prima notte sulla goletta ha rubato la cassetta
di carne in scatola dalle braccia di Edward, rimane
a guardarla in silenzio perplesso.
Alla fine della giornata, quando salgono sui cavalli
appesantiti dalle scorte di avocado, guaiava e banane, il
ragazzino li segue a dorso di pony fuori città.
Lo chiameranno Barattolo.
Il resto del villaggio è molto più interessato alle loro
scatolette di carne e al tabacco che ai loro andirivieni.
Però quando vanno ad Hanga Roa il ragazzino li segue
fino ad Anakena, come una strana sentinella silenziosa.
E quando finalmente arrivano alla spiaggia, smontano e
legano i pony, lui si siede sulla sabbia e rimane a osservarli
mentre controllano l'equipaggiamento e preparano
il fuoco e la cena. Ha una gran massa di capelli neri, lucidi
e arruffati come se fosse appena uscito dall'acqua. Ha
gli occhi di un marrone luminoso, il naso largo, le labbra
piene, morbide, e quando sorride mostra due file di denti
smaglianti. Osserva con grande attenzione l'accampamento
e a ogni visita si avvicina un po' di più, perciò dopo
qualche settimana è seduto accanto alla tenda di Alice
e guarda dentro. La osserva portare la gabbia di Pudding
avanti e indietro, cerca di solleticare l'uccello attraverso
le sbarre della gabbia. Ma si rifiuta di parlare, si rifiuta
anche di dire il suo nome. Alice lo chiama Barattolo perché
la sera si lascia convincere a tornare al villaggio soltanto
se gli si lascia prendere qualche biscotto dal barattolo.(Con grande costernazione di Elsa lui appoggia le
mani su tutti i biscotti, prima di scegliere.) Ma Alice è
molto felice di giocare con lui. È stanca di essere sempre
l'oggetto di tante attenzioni. Adesso può essere lei a fare
smancerie a qualcun altro. Allegramente dispotica, ripete
al ragazzo tutti gli avvertimenti e le raccomandazioni di
Elsa: «Sei sicuro di non aver bisogno di una giacca, Barattolo?
Barattolino, sta' lontano dall'oceano. Ci sono i pescecani
cattivi. Guarda dove metti i piedi, quei sassi sono
molto molto aguzzi». Come una madre, pensa Elsa osservandoli
insieme. E in qualche modo il ragazzo ama le raccomandazioni
di Alice. Lei gli afferra un braccio con durezza,
lo scrolla, lo trascina via dalla rupe per il colletto
della camicia malconcia e lui sorride. È soltanto estremamente
cauto a non toccare né lei né Elsa o Edward. Mantiene
una certa distanza, un riserbo cortese.
Però prende l'abitudine di farsi prestare le camicie da
notte di Alice e sbuca dalla tenda in una nuvola bianca,
roteando, incespicando come un fantasma silenzioso,
rallegrato ed eccitato dalle risate dell'accampamento, e
quando le spirali di cotone bianco inghiottono le caviglie
cade a capofitto sulla sabbia. Certe sere Elsa si domanda
se non dovrebbero preoccuparsi di più di quel
ragazzo... che cosa penseranno i suoi genitori del fatto
che trascorra tanto tempo con loro? Tornare con il pony
da solo al buio sarà sicuro? Perché sembra libero di vagabondare
a suo piacimento? Ma siccome non sa a chi
chiedere come ci si comporti sull'isola e il ragazzo sembra
deciso a non parlare, accantona i dubbi. Per il momento
lui li rallegra. E in questa nuova terra tanto lontana
Barattolo, benché non possa avere più di nove
anni, è il loro unico amico.
Il secondo mese Edward decide di cominciare a lavorare
a Rano Raraku, la cava dei moai che si trova a quattro
miglia a sudest dell'accampamento. Questo luogo, il
cratere vulcanico da cui è stato ricavato il materiale per
le statue, lo interessa grandemente. Dentro il cratere ci
sono enormi quantità di moai non finiti; sul pendio erboso
ve ne sono decine in tutte le posizioni, raggelati,
parrebbe quasi, mentre erano diretti da qualche altra
parte. Prima vuole misurare e catalogare ogni statua.
Dopodiché intende scavare.
Per tutta la giornata Elsa rimane sdraiata nell'erba, riparata
da un parasole, a disegnare il profilo di ogni faccia
di pietra, i nasi inclinati, le mascelle quadrate, i lobi
delle orecchie allungati. Edward percorre la collina numerando
la base di ogni moai con il gesso e registrandolo in un libro. «Trentacinque piedi, Elsa! Deve pesare
più di cinquanta tonnellate!» A volte fa descrizioni più
elaborate - "intaglio ovale, a forma d'uovo, sulla parte posteriore del 87A" - che lei annota nel suo giornale di bordo.
Mentre lui ed Elsa esaminano le statue, è più comodo
lasciare che Alice e il ragazzo giochino insieme. Alla base
del cratere, sotto una tenda improvvisata, Alice
trascorre giornate intere cercando di insegnargli a giocare
a bazzica e a riconoscere gli uccelli. Ma non ci sono
sparvieri e sterni da mostrargli, e di ciò Alice si lamenta senza sosta.
I moai sono più numerosi del previsto. Alcuni giacciono
in mezzo ai sassi, coperti di erba verde chiaro, altri
spuntano dal terreno come enormi germogli di pietra,
altri ancora sono sepolti fin quasi alla testa. «Direi che
saranno più di duecento» dice Edward.
«È inquietante» risponde Elsa «vederli abbandonati
così. E tutte le statue lungo la costa. Cadute.»
«Dev'essersi verificato uno spaventoso evento sismico»
dice Edward. «Nemmeno una statua è rimasta in piedi.»
«Che sconforto lavorare così duramente per costruirle e poi vederle crollare.»
«Un evento abbastanza violento da far cadere le statue
deve aver sconvolto l'isola. Un'onda di maremoto
capace di spazzare via le coltivazioni e tutti gli animali?
Un'attività vulcanica che inaridisce il suolo? E poi, naturalmente,
c'è l'aspetto delle emozioni e delle reazioni
psichiche. Eventi, disastri naturali di questa portata
vengono letti come segni celesti dalle società primitive.
Dove nozioni scientifiche e capacità di comprensione
sono carenti, un siffatto fenomeno può sembrare manifestazione
della rabbia degli dèi, inter alla.»
«Mi piacerebbe sapere come dev'essere vivere qui
senza conoscere l'esistenza del resto del mondo. Mi piace
immaginarci privi dei nostri ricordi dell'Inghilterra.»
«Ma noi non possiamo immaginare noi stessi senza
memoria. Quel "noi" comprende i nostri ricordi.»
«Naturalmente. Eppure è ancora possibile pensare a
noi stessi che viviamo in un luogo diverso, in un'epoca
diversa. Limitarsi a immaginare come potrebbe essere.»
«Sì, credo di capire.»
«Mi chiedo soltanto se il nostro luogo e il nostro tempo
facciano davvero parte di noi, se siano una profonda...»
Chiacchierano così fino al tramonto, misurando ed
eseguendo schizzi, formulando ipotesi. Poi salgono sui
cavalli e ritornano all'accampamento, ormai perfettamente organizzato.
La cena viene preparata nel più breve tempo possibile.
Mosche e zanzare si aggirano intorno al fuoco gettandosi
pigramente dentro qualsiasi contenitore aperto;
zuppe e stufati sono punteggiati da corpuscoli neri. Un
giorno, mentre sta preparando il pollo, Elsa ne conta
venticinque sul suo braccio. Si sta abituando in fretta a
questa battaglia quotidiana contro gli insetti. Una notte,
nella tenda, uno scarafaggio rosso grande come un pollice
le cade sulla faccia. Dopo quell'episodio le mosche
nere e pigre diventano accettabili.
Al tramonto si arrampicano tutti dentro la tenda di
Alice - se Barattolo indugia ancora, viene fatto salire sul
pony e convinto con un biscotto a tornare a casa - e leggono
a voce alta per un'ora - da The Life and Voyages of
Captain James Cook o da Amurath to Amurath, il libro
scritto dalla famosa viaggiatrice inglese Geltrude Bell
sul suo viaggio attraverso la Mesopotamia.
«Vedi, mia cara» dice Edward, «una donna spesso dimostra
straordinarie capacità di penetrazione delle culture
straniere. Chi può dirlo? Potresti diventare la prossima Bell!»
Non c'è bisogno che glielo dica lui... Elsa ci ha già
pensato più volte da quando hanno cominciato a leggere
quel libro. Potrebbe scrivere qualcosa sul loro viaggio?
Sul loro lavoro? Dopotutto si trova in un posto dove
nessun'altra occidentale ha mai messo piede. Però
Bell ha frequentato Oxford, il suo destino era già tessuto
con i serici fili dell'antica aristocrazia, mentre Elsa ha
trascorso la vita leggendo libri presi in prestito dagli
scaffali dei suoi datori di lavoro, indugiando fuori delle
aule dell'università dove insegnava suo padre. La possibilità
di scrivere un diario di viaggio la riempie di
nuovo vigore. Mentre leggono, nella tenda rischiarata
dalla luce della lampada, ascoltando le falene battere le
ali contro il vetro e il fragore distante delle onde, la sua
mente si aggrappa all'idea di un suo lavoro sull'isola, di
un suo diario, di ciò che un giorno potrebbe diventare il
libro di Elsa Pendleton Beazley. Ma intanto deve definire
un proprio campo di ricerca. Qualcosa di diverso dalla
cava, perché la cava appartiene a Edward.
Finito il capitolo, chiuso il libro, sacrificata la rapida
fiamma della lanterna alla radiosa luce della luna, si augurano
la buonanotte. Elsa ed Edward ritornano alla loro
tenda... ormai lei vi trascorre tutte le notti. A volte
Alice entra di soppiatto mentre dormono, si rannicchia
sul pavimento vicino alla branda di Elsa oppure sopra,
accanto a lei e sussurra: «Scalda, scalda». In un paio di
occasioni, svegliandosi, Elsa la scopre aggrappata alla
forma seminuda di Edward. Allora la spinge fuori.
Ma una notte, quando Elsa non riesce più a scacciare
dalla mente le parole che lui le ha detto la sera del loro
arrivo - «Non sono il marito che sognano le ragazze
della tua età» - quando il ricordo della sua vergogna diventa
insopportabile, quando le rassicurazioni notturne
di Edward sul fatto che dispongono di due brande separate
e che è contento di girarsi dall'altra parte mentre
lei si spoglia sembrano una generosità immeritata, nel
buio della tenda, in punta di piedi, lei si avvicina, si siede
sul bordo della branda e in silenzio gli si offre.
Elsa ritiene che Alice non possa aver visto né sentito
niente di questa intimità. Invece pare che avverta qualcosa.
C'è qualcosa, a giudicare dall'aria scontrosa con
cui l'accoglie l'indomani mattina, che non le piace.
Da quel momento le sue visite nella loro tenda cessano.
...
.
...
CAPITOLO 12.
...
.
...
Il giorno dopo aver inserito la poesia di Whitman sotto la porta del professor Farraday, Greer arrivò in classe e trovò scritto sulla lavagna: VERO O FALSO?
Credo che una foglia d'erba non sia meno di un giorno di lavoro delle stelle e ugualmente è perfetta la formica, e un grano di sabbia, e l'uovo dello scricciolo, e una raganella è un capolavoro dei più alti...
«Walt Whitman, il bardo d'America, ci provoca con una domanda» disse Thomas battendo sulla lavagna con la sua bacchetta. «Una foglia d'erba è importante quanto un giorno di lavoro delle stelle?»
Lesse l'intero brano ad alta voce e quand'ebbe finito
si sedette, appoggiò i piedi sulla cattedra e intrecciò le
mani dietro la testa. «Credo che sarebbe meglio se componessimo
a nostra volta una piccola risposta poetica.»
Thomas incaricò uno studente di trascrivere sei strofe
su specie erbacee che producevano acido cianidrico e su
colonie di formiche che si avvalevano del lavoro di
schiavi. Gli studenti si stavano divertendo; Thomas
aveva la reputazione di essere combattivo e per loro
quella lezione era un'occasione importante. Ecco l'uomo
che da matricola aveva vinto il Princeton's Linnaeus
Prize e, ancor prima di terminare la specializzazione,
aveva pubblicato tre saggi che aprivano la strada all'analisi
dei pollini fossili. L'uomo che nel 1953, a trentatré
anni, aveva organizzato il primo congresso mondiale di
palinologia. Gli studenti sapevano che quella poesia sarebbe
entrata nella leggenda del professor Farraday ed
erano felici di essere stati presenti alla sua creazione.
Greer stava seduta in silenzio, stupita che si potesse negare
con tanta rigidità che nella natura ci fosse la possibilità
di un intento benevolo o di una perfezione cosmica.
Era a metà delle scale, quando Thomas la chiamò.
«Signorina Sandor, la poesia, naturalmente, mostra
un'ottima padronanza della lingua - persino io non sono
immune al lirismo - ma poca padronanza, diciamo,
delle sfumature della scienza. Dopotutto, se non difendiamo
noi la scienza, chi lo farà? La ringrazio per la provocazione.»
Lei si voltò a guardarlo. Il suo naso grande, aquilino,
bilanciava gli occhi distanti. Aveva quarantadue anni e
le folte basette spolverate d'argento. Per il resto i capelli
erano castano scuro e decisamente spettinati. Non era
bello nel senso tradizionale del termine, ma esprimeva
un'intelligenza interiore, come se ogni lineamento fosse
stato partorito dalla mente: il naso, gli occhi, l'ampia
fronte, tutte manifestazioni della sua energia interiore.
«Professor Farraday, che cosa le fa pensare che io
c'entri qualcosa con quella poesia?»
«Vede, io non credo in un disegno superiore ma in
compenso sono pienamente cosciente degli schemi della
vita quotidiana. Solo le donne» disse facendo roteare
un pezzetto di gesso come se fosse un bastone in miniatura
«infilano poesie sotto le porte. E sono certo che si
sarà accorta di essere l'unica donna del mio corso.»
«Oh sì, me ne sono accorta.»
Lui stava aspettando che continuasse, invece Greer si
voltò senza parlare. Mentre apriva la porta della sala
universitaria sentì che il suo sguardo, la sua curiosità, la seguivano.
Naturalmente si era resa conto fin dalla prima lezione
di essere l'unica donna. Inoltre all'università del Wisconsin
c'erano solo sei donne che si laureavano in botanica.
Quel fatto non era sfuggito a nessuno: né alle
donne né agli uomini né ai vertici della facoltà. E in risposta
alla situazione, la più estroversa e rumorosa delle
sei - Mildred Ravener - aveva convocato una riunione
al femminile. In una frizzante giornata di settembre
Greer si ritrovò seduta alla Union Terrace con Alice Beerner,
Gerty Smith, Elaine Ferguson e Jo Banks a mangiare
coppette di gelato artigianale. Parlarono del loro interesse
per la botanica, della loro infanzia, e delle
difficoltà che incontravano in quanto scienziate. Greer
le ascoltò e quando fu il suo turno raccontò l'unico aneddoto che le veniva in mente.
«Volevo dimostrare che le api erano attratte dalle violette
in virtù del loro colore, non dell'odore; così misi
una provetta capovolta sopra la viola per poi monitorare
il percorso di volo dell'ape. Naturalmente le api volarono
direttamente sulla punta della provetta, dove il colore
dominava, non alla base da dove sfuggiva l'odore.
Ma cercando di giudicare l'esperimento il mio insegnante
venne punto e Joshua Kleimer vinse per aver
smontato il frigorifero di sua madre. Per di più aveva
messo l'etichetta su ogni componente. Fine. Cinque dollari
se riuscite a indovinare che cosa stava facendo l'ultima
volta che l'ho visto.»
«Professionalmente, vuoi dire? O che cosa stava facendo e basta?» chiese Gerty Smith. Gerty era sposata a un dentista.
Greer sospirò. «Riparava elettrodomestici.»
«Che anno frequentavi allora?»
«Il terzo» disse Greer.
Greer sapeva che non era il genere di aneddoto di cui
erano in cerca: le altre erano state palpeggiate dagli insegnanti
in corridoi bui, si erano sentite dire dai genitori
che la scienza le avrebbe rovinate come donne. Mildred
Ravener descrisse la volta in cui il padre le aveva buttato
tutti i testi scientifici nella stufa, aveva acceso il fuoco, e
poi li aveva sostituiti con una pila di libri di ricette in
confezione regalo. («Vedete, signore, lui lo considerava
un atto d'amore.») Due mesi dopo sostituì il microscopio
comperato con i risparmi di anni con una macchina per
cucire Singer. Mildred nutriva molti "risentimenti nei
confronti dei membri della sua famiglia". Era una donna
profondamente religiosa e ossessivamente precisa nell'eloquio,
convinta che la comunicazione potesse risolvere
qualsiasi conflitto. Ogni settimana scriveva una lettera
ai genitori - sempre la stessa, sembrava - nella quale
spiegava il suo amore per la scienza. Mai nessuna risposta.
Tuttavia aveva fede che prima o poi avrebbero capito
e sperava ancora di trovare la busta tanto attesa nella
cassetta delle lettere.
Invece il padre di Greer l'aveva sempre incoraggiata,
anzi, doveva a lui se era diventata una scienziata. Perciò
sentiva di avere poco in comune con il gruppo. L'unica
che le piacesse davvero era Jo Banks, di qualche anno più
vecchia delle altre, con una mente pronta e un vero e proprio
talento per l'identificazione dei pollini. Jo non sembrava
mai perdere il colore bronzeo acquisito ai Caraibi,
dove aveva vissuto diversi anni lavorando come istruttrice
di immersioni subacquee e dove aveva fatto una
specie di esperienza spirituale con un barracuda che le
aveva cambiato la vita. Vi alludeva spesso senza però
diffondersi in spiegazioni. Aveva sei fratelli - Jeb, John,
Jack, Judd, Jessie e Jeremiah - di cui parlava come se tutti
li conoscessero («Anche Judd odia la vaniglia»). Solo una
volta accennò ai genitori e unicamente per dire che non
parlavano mai di lei. «Non gli va l'idea che tu ti sia data
alla scienza?» chiese Mildred. «No» disse Jo. «Ne sono
contenti.» E la cosa finì lì. Jo Banks era a proprio agio nel
silenzio in maniera irritante. Stava seduta, guardava, annuiva;
e quando parlava esprimeva le sue opinioni in
modo conciso. Era sempre di buonumore. Fu lei a trovare
il soprannome per il laboratorio del professor Farraday:
Il Vivaio. E per lui: Fico d'india. Jo aveva seguito il corso
di Thomas l'anno prima di Greer e la mise in guardia:
«Annuisci, sorridi, digli che ti piacciono le sue cravatte.
Sarà anche un coglione, ma è il fenomeno del dipartimento.
La sua ricerca sulle angiosperme è innovativa.
Ricordatelo, quando comincia a parlare di ateismo assumi
un'aria molto interessata.» Jo sgranò gli occhi, inarcò
le sopracciglia, spalancò la bocca: la parodia della studentessa
ammirata. Aveva una folta frangia castana divisa
in due bande e i capelli raccolti a coda di cavallo,
che ora strinse meglio. «Ricordati che non ha nessun bisogno
di fare lezione a quelli del primo anno. Lo fa perché
gli piace. Malato, eh? Perciò assecondalo. Cerca di
sporgerti in avanti sulla sedia... ama queste stronzate.
Mostragli che sei dalla sua parte.»
Greer si era chiesta se con la sua poesia non lo avesse
allontanato per sempre.
«Accidenti» disse Jo quando Greer le raccontò l'episodio.
Stavano bevendo birra a casa di Jo, che aveva appena
preso due sigari. «L'anno scorso uno studente ha
tentato di fare un discorsetto pseudoreligioso del genere
e nel bel mezzo di una lezione il Fico gli ha detto di
raccogliere la sua roba e di andare a sedersi in chiesa.
Gli hai lasciato una poesia di Whitman sotto la porta e lui non sembrava scocciato?»
«No, sembrava divertito.»
«Ecco, togli la punta, così.» Jo staccò la punta del sigaro con un morso.
«Che schifo» disse Greer sputando l'estremità nella conchiglia che Jo le porgeva.
«Divertito. Oh oh. Chiamate la stampa. Credo che il Fico d'india sia interessato.»
Greer fece una pausa; le era già passato per la mente.
«Oh, merda. Tu sei interessata.»
«Non dovrei.»
«Be', è un tipo spinoso.»
«È intelligente.»
«Moderatamente colto, te lo concedo.»
«Perlomeno non è sposato.»
«Se lo dici così sembra un sogno. Smettila, prima che me ne innamori.»
«Ha quasi il doppio della mia età.»
«Una cosa insolita?»
«So che succede. Succede in continuazione. Per questo
sembra meno interessante. È un cliché.»
«Sei alla ricerca di un non-cliché?»
«Non lo so.»
Jo si accomodò sul divano e fumò il suo sigaro riflettendo.
«Cuba. Potremmo andare a Cuba a prendere dei
veri sigari. Ho sempre desiderato vivere all'estero. E
quello di cui abbiamo veramente bisogno è di farci coinvolgere
in una rivoluzione. Potremmo diventare generalissimos.
Dio, saremmo due ottimi generalissimos. Io di sicuro,
e tu sei una che impara in fretta. Porteremo
uniformi da corvée. Berretti. Magari ci teniamo gli orecchini
e i riccioli. Ecco, questo non è un cliché.»
Greer si stese sul tappeto fissando le macchie di muffa
sul soffitto. «In effetti Castro non è niente male.»
«Mio Dio, hai strani gusti. La regola numero uno, per
un generalissimo, è che non può eccitarsi per il generalissimo
capo della guerriglia.»
«Si dà il caso che Fidel sia primo ministro. Un ruolo
molto rispettabile. E nella mia dittatura comunista verranno
promulgate leggi speciali per le relazioni romantiche.»
«Non è una dittatura la tua, è una comune.»
Greer rise e si piegò un braccio sotto la testa.
«Comunque...» riprese Jo dal divano. «Vivere un cliché è più facile che vivere una devianza.»
«Vedremo.»
«Ma ricorda, a volte un professore più vecchio» continuò agitandole il sigaro sotto il naso «è soltanto un vecchio professore.»
Quando la settimana seguente Greer tornò alla lezione
del professor Farraday, era come se non fosse accaduto
niente. Arrivò presto, con una gonna gialla e una
camicia bianca. Si era persino truccata. Prese posto in
prima fila e ripiegò lentamente la gonna sotto di sé, ma
Thomas, che stava leggendo un documento, non levò
gli occhi. Solo quando entrarono gli ultimi studenti si
alzò per avvicinarsi alla lavagna. Portava il suo solito
vestito blu spiegazzato sulla schiena; le maniche erano
un po' troppo lunghe e quando voleva scrivere sulla lavagna
le arrotolava sulle braccia, anche se subito ricadevano
giù. Il suo disordine la lasciava perplessa. Perché
quell'uomo non aveva un vestito che gli andasse bene?
Un famoso scienziato, il beniamino del dipartimento,
poteva certo permetterselo.
Greer sapeva che non era sposato, e ricordò di aver
sentito parlare delle sue abitudini solitarie. Giravano
voci sulla sua esistenza monastica, con occasionali accenni
a una vita sentimentale che lo collegavano alla segretaria
del dipartimento e a un'assistente della serra.
Veniva visto così di rado in compagnia di una donna,
che gli si attribuiva una relazione con tutte le esponenti
del genere femminile cui rivolgeva la parola. Qualsiasi
cosa facesse fuori dalla classe era oggetto di conversazione.
Una volta Mildred Ravener lo aveva visto al negozio
di alimentari e quando lo aveva riferito ad altri
studenti, loro le avevano chiesto che cosa avesse comperato.
Il comportamento di Thomas sembrava in qualche
modo suggerire che non avesse tempo per le futilità,
che rivolgesse l'attenzione solo all'essenziale, a
cose che avevano un certo spessore. Ed evidentemente
considerava un fastidio il fatto di doversi occupare dell'abbigliamento.
O forse Greer si sbagliava, e il suo disordine
era dovuto a mera arroganza. Come se credesse
che l'intelligenza lo rendesse per ciò stesso attraente.
Alla fine della lezione Greer raccolse pian piano i
suoi libri - dandogli il tempo di salutarla in un momento
in cui l'aula era meno affollata - ma lui non la degnò
di un'occhiata. Quando un altro studente lo avvicinò
per avere chiarimenti su come presentare la domanda
per una borsa di studio, lui rispose: «Semplice. Dichiara
le tue credenziali e le tue richieste. Non cercare di
sembrare affascinante o spiritoso. E qualsiasi cosa tu faccia»
la voce si alzò all'improvviso, «per il bene della scienza,
non citare Whitman».
Fu una settimana più tardi, a tarda notte, mentre stava
lavorando da sola nel laboratorio, che Greer capì di
interessargli. In laboratorio le era toccata la fascia oraria
dalle due alle quattro, ma non se ne lamentava: le piaceva
restare alzata fino a tardi. Quell'anno però la temperatura
si era abbassata presto, i laghi erano già gelati e
l'università non aveva ancora cominciato a riscaldare
gli edifici. Con una ruvida coperta di lana avvolta intorno
alle spalle, due paia di calzettoni sopra i collant e con
il sottofondo alla radio del Concerto per violoncello di Elgar,
Greer stava osservando alcuni pollini non identificati
quando la porta si aprì con un cigolio. Non si allarmò.
Aveva la sensazione che fosse lui. Fra loro era
passato qualcosa, una corrente, ed era come se lei avesse
aspettato quel momento per tutta la settimana. I passi
si avvicinarono, ma lei non alzò lo sguardo, non voleva
sembrare ansiosa. Sentì che le prendeva la mano e gliela guidava verso un cilindro di metallo caldo.
«Si gela» disse lui.
Greer tenne gli occhi ben premuti contro l'oculare. Un granulo di polline di salice nero si delineò sotto il suo sguardo.
«Fa freddo, signorina Sandor.»
«Ho una coperta.»
«È tardi. Questo edificio è deserto.» Si schiarì la gola.
«Non credo che sia prudente.»
«In effetti ho sentito parlare di professori che a tarda notte vagano a caccia di vittime.»
Lui ridacchiò. Lei intuì che stava esplorando il suo spazio lavorativo, guardando il suo taccuino, i libri di tassonomia, la pila di matite spezzate, la radio.
«Le piace il suo lavoro?»
«Moltissimo.»
Lui le sistemò la coperta sulle spalle, poi si ritirò.
Quando udì lo scatto della porta che si chiudeva, Greer alzò lo sguardo e vide sul tavolo un thermos di caffè caldo e una tazza di ceramica.
La notte seguente tornò con una stufetta elettrica. La trasportò nel laboratorio senza dire nulla. Greer, seduta al microscopio, lo guardò inserire la spina nella presa.
«Mi è piaciuta la sua lezione sulla diffusione» disse.
«Bene.»
«Mi interessano i modelli di diffusione via acqua.»
Lui sorrise.
Orientò il radiatore verso di lei, accese l'interruttore e aspettò che l'apparecchio desse segni di vita. «Ecco» disse.
«Il quadrante sul retro è per regolare. È un po' duro, perciò lo giri con forza.»
«Grazie.»
«Allora buonanotte, signorina Sandor.»
«Buonanotte, professor Farraday.»
«Già, il professor Farraday» mormorò lui, come se
parlasse di qualcuno conosciuto un tempo e mai dimenticato.
Thermos di caffè, biscotti e focaccine dolci, taccuini
naturalistici, litografie, fotografie. La cosa andò avanti
per mesi; lui arrivava una o due volte alla settimana, in
piena notte, lasciando sempre qualcosa sul tavolo. Ogni
tanto la sorprendeva addormentata, la faccia premuta
contro le pagine di un libro, perché al risveglio, con gli
occhi annebbiati, trovava accanto un dono. Venivano
scambiate poche parole. «Dovrebbe mangiare» oppure
«Si riposi un po'». Sempre i rimproveri «Fa freddo» ed
«È tardi», come se i doni che le lasciava parlassero, e le
sue visite fossero la cosa più naturale del mondo. Era
come se fossero una coppia con un lessico familiare proprio:
"Tesoro, le luci. La porta. Il cane". Greer sentiva
svilupparsi fra loro una lenta seduzione. Mentre stava
seduta a esaminare granuli di polline, ecco che entrava
lui, un pioniere della palinologia, il suo insegnante, eppure
inevitabilmente la conversazione si faceva fisica
persino quando parlavano di scienza, sembrava concentrarsi
sul corpo, sui bisogni del corpo.
Adesso lei andava a sedersi in fondo all'aula ed evitava
il contatto visivo, tuttavia sentiva la sua attenzione
con forza ancora maggiore. Aveva forse scoperto un
principio matematico? A ogni manifestazione di interesse
repressa corrispondeva una crescita esponenziale
dell'interesse stesso. A volte, durante le riunioni del dipartimento,
lo guardava sul palco, di fianco al professor
Jenks, al professor Mitzger e al dottor Hawthorne, discutere
e gesticolare con la solita aria tracotante. I suoi
pensieri vagavano lontano mille miglia dall'argomento
- la distruzione delle foreste tropicali, l'estinzione del
dodo nelle Mauritius - e si spostavano su di lui, il professor
Farraday, o Thomas, come adesso lo chiamava tra
sé. In pubblico lui si comportava con tale autorità, la
gente lo trattava con tale deferenza che a volte era difficile
credere che fosse lo stesso uomo che di notte andava
a trovarla portandole una fetta di torta di mele. Anche
questo faceva parte del suo fascino: la dicotomia.
Sapere che sotto la facciata pubblica c'era un'inclinazione
al flirt che mostrava solo a lei. Sembrava che per il
momento Thomas volesse tenere tutto sotto silenzio.
Greer, che non dimenticava mai di essere l'unica donna
del corso, condivideva il suo desiderio.
«Be', o è innamorato di te o sta cercando di farti ingrassare»
disse Jo quando, verso la fine del semestre,
Greer le confessò le visite notturne.
«Non lo so neanch'io.»
«Però ti piace.»
Stavano pranzando in una tavola calda e sorseggiavano
un frappè.
«Credo che mi piaccia un sacco» disse Greer.
«Non c'è bisogno che ti dica che renderà la tua condizione
di unica donna dell'istituto ancora più strana.»
«Lo so.»
«Vale la pena di pensarci.»
«Non la trovi una buona idea?»
«Greer, non è a me che devi chiederlo.»
Aprirono i libri e cominciarono a rivedere il materiale per l'incarico successivo al laboratorio. «Depurazione dei campioni» disse Greer. «Sto cercando di capire, mi sta rubando troppo tempo.»
«È tutta una questione di centrifuga. Osserva ogni fase, travasa, centrifuga. Se fra una fase e l'altra eviti di sognare a occhi aperti sui professori è meglio.»
«Ah ah.»
«Se vuoi ti aiuto.»
«Non importa» disse Greer. «Ho bisogno di farlo per conto mio.»
«Lo immaginavo.»
«E che cosa mi dici dei campioni di affioramenti di
Wichita? Pare ci siano dei granuli echinulati.»
«Li ho guardati martedì. Hanno quasi la strana forma
a pera dei pollini di calamo aromatico e sono decisamente
echinulati. Sono del tardo Miocene. La pianta,
qualunque cosa fosse, è estinta da molto tempo. Ti procurerò un campione.»
«Grazie, Jo.» Greer sfogliò il quaderno, bevve un ultimo
sorso con la cannuccia e spostò il bicchiere. «Bene.
Ascolta. Se mi nego un'attrazione perché ho paura che comprometta la mia posizione qui...»
«Oh oh.»
«Parlo sul serio. Se mi nego qualcosa che desidero
perché temo che comprometta la mia posizione, che cosa
ottengo? Che mi lascio intrappolare, dominare da un
sistema di cui non faccio parte.»
«È un modo positivo di considerare la situazione.»
«Credi che mi stia illudendo?»
«Credo che tu sia innamorata e che in questo momento
le rivendicazioni femministe non significano un
tubo per te.»
«Mi stima, lo sai. Stima il mio lavoro.»
Jo appoggiò i palmi sul tavolo e la guardò. «Questo
dovrebbe essere dato per scontato. Non ti sta facendo
un onore. Sei la più in gamba del corso. In questo momento
sei solo un po' tesa.»
«Non temere, Jo. Non agirò in maniera impulsiva.»
«Bene.»
«Procederò con calma.»
«Ottimo.»
«Non c'è ragione di avere fretta.»
«Ne sono pienamente convinta. E tu?»
«Più o meno.»
«Ricorda il barracuda.»
Greer rise. «Jo, com'è esattamente la storia del barracuda?»
«Un giorno te lo dirò. Comunque i dettagli sono irrilevanti.
Il punto è che devi guardare in faccia la morte e
stare calma, raccogliere le forze e dirti che vita e morte
sono nelle tue mani. Non sono al di fuori di te.»
Greer annuì. «Illuminante. Certo, non ho la più pallida
idea di quello che stai dicendo, ma comunque è illuminante.
Ehi, un giorno, mi porti a fare un'immersione?»
Joe girò la pagina del suo libro. «Quando vuoi.»
Alla fine del semestre, concluso il corso, Greer andò
nell'ufficio del professor Farraday. Era dicembre, i laghi
erano ghiacciati e la città spolverata di bianco. Dalla finestra
dell'ufficio si vedevano i pattinatori sul lago Mendota.
«Credo che sia ora che usciamo a cena o andiamo al
cinema o a bere qualcosa. Qualcosa di reale» disse
Greer ancora sulla soglia, nel timore di perdere il coraggio.
«Un appuntamento, insomma.» Aspettò che lui rispondesse.
«Cominciavo a chiedermi che cosa dovesse fare un
uomo da queste parti per portarti fuori.»
«È un sì?»
«Ho quasi finito le mie scorte di cibi cotti. Pensavo
che se dovevo aspettare fino a primavera avrei potuto
portare della frutta fresca.»
«Sì, no. Vero, falso. Usciamo insieme, professor Farraday?»
«D'accordo. Che programmi hai per le vacanze?»
«Pensavo di fare qualche straordinario in laboratorio.
Mentre sono tutti via potrei persino lavorare con la luce
del sole che entra dalla finestra.»
«Niente viaggi a casa?»
«No.»
«Niente visite alla famiglia?»
«Niente famiglia» disse Greer odiando il suono definitivo
della sua risposta. Il padre era morto poco prima
che lei venisse accettata alla facoltà di specializzazione
ed era stato un colpo durissimo. La scuola le aveva dato
qualcosa con cui tenere la mente occupata, ma le mancava
sentirlo parlare degli studi, del laboratorio, e adesso
rimpiangeva di non potergli raccontare dell'uomo
che le stava davanti. Greer non sapeva che cosa avrebbe
pensato il padre della sua vita sentimentale; fino a oggi
le sue relazioni non erano state abbastanza significative
da parlargliene. Una volta, mentre era a casa per le feste,
lui le aveva chiesto: «Hai amici a scuola?». «Qualcuno»
aveva risposto lei. «Qualcuno di speciale? Importante
quanto i tuoi studi?» «Quando conoscerò un
uomo interessante quanto la botanica sarai il primo a
saperlo» aveva replicato lei. Dopo la sua morte lei aveva
venduto la casa per pagarsi la specializzazione e ora
non aveva più una casa dove tornare. Sentì il peso di
quell'ammissione sospeso fra sé e Thomas. Era la prima
informazione personale che si fossero scambiati, il primo
accenno che dietro i loro incontri notturni, le battute
e il corteggiamento, esisteva la vita reale, il passato.
Thomas adeguò il suo umore alla situazione. «Be',
dovresti avere qualche programma per il giorno di Natale.
Non è una giornata da passare da soli.»
«Non riesco a immaginare te che festeggi la nascita di Cristo.»
«Infatti io ne approfitto per estrarre dei campioni al lago Mendota.»
«Molto meglio.»
«Ti piacerebbe venire?»
«Finalmente un invito vero.»
«Una proposta di lavoro. Se fai un buon lavoro dopo ti porto a cena.»
Greer rifletté spostando l'attenzione sulle pareti dell'ufficio:
certificati, premi, c'era più latino in quella
stanza di quanto ne avesse visto in tutta la sua vita. Sapeva
di piacergli - dopotutto, era stato lui a darle la caccia
- ma era ancora difficile non sentirsi sopraffatta dalla
sua personalità. Le venne in mente un solo modo per
non sentirsi intimidita. «Che ne dici di portarmi a cena
la vigilia di Natale? Se fai un buon lavoro io prenderò in
considerazione la possibilità di aiutarti a prendere campioni, l'indomani.»
«L'indomani?»
«Possiamo trovare un accordo» disse Greer. Scribacchiò
il suo indirizzo su un foglio e lo strappò dal blocco.
«Devi premere con forza il campanello» disse. «Se non
funziona, lancia una palla di neve contro la finestra del secondo piano.»
Nelle due settimane successive non si incontrarono.
Greer sentì dire da un altro studente che il professor
Farraday teneva un ciclo di conferenze a un simposio
dell'università dello Iowa, e le veneziane sulla porta del
suo ufficio rimasero abbassate. Gli edifici del campus
diventarono silenziosi, le folle in State Street si dispersero.
Jo partì per andare a passare il Natale con Jeb e
Jeremiah a Minneapolis, e per la prima volta Greer, guardando
dal suo piccolo appartamento le file di finestre
buie degli edifici dirimpetto, si rese pienamente conto
della sua solitudine. Da ragazzina faceva lunghe cavalcate
solitarie per i campi, a guardare gli uccelli o le rane
toro per ore e ore: una specie di solitudine scelta. Qui
invece provava la sensazione che le persone sparissero
e le stanze si svuotassero, e la cosa la turbava. Chiamò
Jo un paio di volte ma non riuscì a trovarla. Mangiò
fuori per sentire rumore e avere compagnia. Più di tutto
sentiva la mancanza del padre, era il suo primo inverno
senza di lui e anche se si teneva occupata in laboratorio,
lavorando fino a tarda sera, analizzando innumerevoli
vetrini sotto il microscopio, non dimenticava un istante
quanto avrebbe desiderato parlare con lui.
La vigilia di Natale la sua tristezza si era trasformata
in torpore. Si era stancata di sentirsi sola. Si sforzò di indossare
un cardigan rosso che secondo Jo le donava; si
fissò i capelli con i fermagli, mise un po' di fard sulle
guance. Quando lui suonò il campanello lei scese ad
aprirgli e lo accolse con un sorriso forzato.
«Devo informarti che ero assolutamente pronto a lanciare
una palla di neve. Oh, no.» Era fermo sulla soglia.
«Sono arrivato troppo tardi. Ti sei già fatta impadronire
dalla tipica depressione natalizia.»
«Sono solo stanca» disse Greer guardando attentamente
il viso rasato di fresco e la linea marcata della
mascella contro il colletto del cappotto. Non riusciva a
credere che fosse davvero lì. E non riusciva a credere
quanto avesse desiderato vederlo, al bisogno che le covava dentro.
«Fidati, conosco quell'espressione. Mi ci sono voluti
quindici anni per escogitare un modo di evitare la depressione
natalizia. E adesso, in cambio della tua affascinante compagnia, te lo confiderò. Ti risparmierai anni di disperazione. Credimi.»
«Tu conosci la depressione natalizia?»
«Signorina Sandor, ho passato da solo quasi tutta la
mia vita adulta. Feste. Compleanni. Simposi. Persino le
partite di football. Hai davanti a te un esperto di solitudine.
Sono un solitario da primo premio.»
Dovevano esserci state delle donne, pensò Greer. Forse
durante altre vacanze, forse altre studentesse. Ma ora
non aveva voglia di fargli domande. Era contenta che
fosse venuto e basta. Sotto il cappotto portava un maglione
blu e una camicia scozzese dal colletto storto,
una punta piegata sotto il collo del maglione, l'altra girata
all'insù come una freccia a quadri puntata al mento.
Era la prima volta che lo vedeva con un abbigliamento
sportivo. Il profumo della sua colonia le arrivò trasportato da una brezza glaciale.
«Però preferiresti avere compagnia» gli disse.
«Preferirei che tu avessi compagnia.»
«Bene» disse Greer. «Allora siamo d'accordo.»
Lasciarono che fra loro cadesse un piacevole silenzio.
«Fame?»
«Da lupi.»
«Bene. Anch'io.» La prese sottobraccio e si avviarono lentamente sul sentiero ghiacciato. «Abbottonati» disse lui. «Fa freddo.»
«Anche tu» ribatté Greer. Si abbottonarono i cappotti,
si sistemarono le sciarpe, guardarono il loro fiato condensarsi
nella notte. Poi lui le alzò il colletto e le avvolse
la sciarpa intorno al collo con un altro giro. «Ecco fatto»
disse.
D'un tratto lei sentì salire la felicità, con tutta la sua
confusione, calda come le lacrime. Si protese per baciarlo:
un'esplosione di calore nel freddo. «Buon Natale.»
Lui sorrise.
E lei sentì che il torpore l'abbandonava. Sentì che sarebbe
stata una bella serata, che si sarebbero divertiti,
che quello - il braccio di lui infilato nel suo - era il punto
messo a una frase cominciata mesi prima. Si avviarono,
e Greer lo guardò. C'era molta bellezza in quell'uomo, pensò.
«Tutto bene?» le chiese.
«Benissimo.» Lui la sostenne mentre avanzavano lentamente lungo il sentiero ghiacciato. Un vento freddo li sferzava, e mentre procedevano vicini lei sentì all'improvviso tutto il suo peso e il suo calore.
...
.
...
CAPITOLO 13.
...
.
...
Dopo un viaggio di diecimila miglia nel Pacifico, dopo il raduno di otto giorni all'isola di Pasqua, lo squadrone tedesco riportò una piccola vittoria alla battaglia di Coronel.
Il 1° novembre l'ammiraglio von Spee individuò la Glasgow, inglese, al largo della costa cilena. L'ammiraglio, che aveva ricevuto rapporti che parlavano di un unico incrociatore nemico nell'area, ordinò alla flotta di raggiungere la nave. La Glasgow, tuttavia, faceva parte dello squadrone del contrammiraglio sir Christopher Cradock che, non visto, si trovava poco lontano.
L'ammiraglio Cradock fu fuorviato a sua volta. I rapporti gli avevano parlato di un unico incrociatore tedesco nell'area, il Leipzig, e per combinazione fu proprio questa la prima nave tedesca che avvistò. Anche lui ordinò un rapido inseguimento dell'incrociatore solitario.
Ciascuno dei due ammiragli credeva di disporre di forze superiori, e quando si resero conto della reale situazione l'azione era già in corso.
Le navi tedesche portavano armi di calibro maggiore e il peso del loro fuoco era quasi il doppio di quello inglese.
Nel giro di un paio d'ore la Royal Navy perse due incrociatori e circa milleseicento uomini nei pressi della città cilena di Coronel.
Von Spee, dalla coffa, sorvegliava gli incrociatori britannici quando all'improvviso vide che macchie rosse, verdi e gialle come sciarpe colorate salivano nel cielo da una delle navi in fiamme. Volavano in strani cerchi, battendo le ali. Erano pappagalli. Gli ufficiali inglesi avevano liberato i pappagalli acquistati in Brasile come regali da portare in patria. Gli uccelli erano troppo storditi dalle esplosioni per accettare la libertà. Si gettavano a capofitto dal castello di prua entrando in collisione con i cannoni, oppure se ne restavano appollaiati sul parapetto mentre intorno a loro scoppiava l'inferno.
Un giovane ufficiale tedesco osservò che sul mare galleggiavano almeno cento uccelli. "A tutti noi sembrò" scrisse il giovane nell'ultima lettera che sua madre avrebbe ricevuto "il più spaventoso dei segni."
La battaglia di Coronel fu la prima sconfitta subita dalla Royal Navy in oltre un secolo, e spinse il primo Lord dell'ammiragliato Winston Churchill a inviare l'intera flotta britannica all'inseguimento di von Spee. Gli ordini di Churchill erano inequivocabili: "Il vostro principale e più importante dovere è dare la caccia agli incrociatori corazzati tedeschi... qualsiasi altra considerazione dev'essere subordinata a tale fine". Von Spee si trovava in una situazione di immane pericolo. La battaglia aveva consumato metà delle munizioni delle sue navi, svuotando le riserve dell'unico strumento di cui disponevano per salvare la flotta e tentare il ritorno in patria. Inoltre l'affondamento della Good Hope, la nave dell'ammiraglio Cradock, non fece che accrescere una tensione già altissima. Von Spee conosceva Sir Christopher Cradock dai tempi del primo incarico a Tsingtao; aveva mandato in fondo al mare un uomo di cui era
amico da quattordici anni.
Qualche giorno dopo, durante una cena organizzata per celebrare la vittoria, un ufficiale tedesco fece un brindisi: «Alla distruzione della Marina britannica».
Von Spee si alzò e sollevando il proprio bicchiere proclamò: «Io bevo alla memoria di un nemico che era uomo retto e prode!». Senza aspettare che altri facessero eco al suo brindisi trangugiò il contenuto del bicchiere, raccolse il berretto e se ne andò. La coincidenza premonitrice di una vittoria conquistata il 1° novembre non sarebbe sfuggita a von Spee, cattolico. Era il giorno di Ognissanti.
Flotta Sventurata: Graf von Spee e l'impossibile ritorno a casa.
...
.
...
CAPITOLO 14.
...
.
...
L'isola è come un alveare, un reticolo di grotte. In un lontano passato le caverne sono state case, rifugi, nascondigli per donne e bambini. Oggi ospitano soltanto reliquie, ossa sparse e, secondo la leggenda, gli spiriti tatane.
Due tatane femminili, si dice - Kava ara e Kava tua - vivono dentro una caverna su una scogliera della costa nordorientale, e vegliano la figura addormentata dell'uomo di cui secoli prima si sono innamorate e che hanno rapito da Hanga Roa. Si dice che dal bordo della scogliera si possa sentire l'uomo gorgogliare nel sonno profondo, e dall'alto il canto di queste sequestratrici tatane che tentano con ogni mezzo - se si svegliasse prenderebbe il volo - di prolungargli il riposo.
È l'unica grotta che Barattolo evita. Sembra conoscere
tutte le caverne soffocate dall'erba alta, quelle ingombre
di rocce laviche, quelle sotto le ripide scogliere battute
dalle onde, come se avesse trascorso la sua breve vita
esplorando l'isola palmo a palmo. Piccolo e snello, il ragazzino
riesce a infilarsi nella fenditura più stretta da
cui riemerge magari con un osso, un vaso d'argilla rotto,
una statuetta di legno, una salamandra. Consegna
tutti i suoi reperti ad Alice, ma a lei interessa soltanto la
strana tavoletta che le offre un giorno: un pezzo di legno
lungo tre piedi, consunto e oleoso, coperto di incisioni
pittoriche. Alice passa le piccole mani sopra i misteriosi
segni come se leggesse il Braille.
Poi porge la tavoletta a Elsa. «Scarabocchi» dice.
Non appena la prende in mano, Elsa si rende conto
che è esattamente ciò che stava cercando. Questa è la
scrittura che Gonzàles ha notato durante il suo viaggio,
circa centocinquanta anni prima, e decifrarla sarà il suo
progetto. I moai la affascinano, ma la loro storia appartiene
a Edward, e benché lei sia contenta di aiutarlo, ha
bisogno di qualcosa che sia completamente suo. Vuole
garantire un equilibrio tra loro, fors'anche una distanza.
La tavoletta potrebbe riportare una genealogia, una leggenda,
un codice di antiche leggi. Potrebbe aiutarla a
dipanare la storia di quest'isola. Se lei riuscisse a imparare
a leggere quei segni, a decifrarne almeno una piccola
parte, ciò vorrebbe dire che le scelte impostele dalla
vita sono al servizio di scopi più alti.
La prima cosa da fare è vedere se riescono a trovare
altre tavolette. Per settimane, guidata da Barattolo, Elsa
rovista in decine di grotte, rivoltando scheletri, infilandosi
sotto ragnatele, spostando a una a una le pietre che
bloccano l'accesso a camere segrete. Alice si rifiuta di
entrare nelle caverne, così Edward aspetta con lei all'esterno
mentre Elsa e Barattolo esplorano. Edward si è
offerto di entrare lui, lasciando Elsa ad attendere con
Alice, ma lei ha gentilmente rifiutato la proposta. Se le
tavolette rappresentano il suo studio, è lei a doverle trovare.
Inoltre c'è anche una ragione pratica, sa di essere più agile di lui.
Nel giro di poco tempo hanno raccolto più di venti
tavolette e parecchi oggetti con iscrizioni come Elsa non
ne ha mai viste prima. La scrittura consiste in una fila
ininterrotta di piccole figure bulbose, centinaia di pittogrammi
che si affollano su ogni riga. Non capisce subito
se si tratti di una scrittura logografica, sillabica o alfabetica.
Alcune combinazioni di immagini si ripetono, altre
sono uniche. Via via che le sistema una accanto all'altra
nella tenda, nottetempo, si sente sopraffatta dal compito
ambizioso che si è prefissa. Da dove mai si comincia
per capire quei segni? Ha disperatamente bisogno di
una chiave, di una sua stele di Rosetta o della triplice
iscrizione di Behistun, invece le tavolette sembrano coperte
dai geroglifici di una sola lingua.
In questo momento è grata di essere così lontana dall'Inghilterra,
dagli studiosi veri, quelli qualificati per
svolgere un lavoro simile. Sa che non si tratta di un progetto
adatto a un'ex governante, anche se figlia di un
professore universitario. Comunque è lei a trovarsi qui,
e che cosa, dopotutto, conta più dell'opportunità e del desiderio?
Prima di ogni altra cosa decide di far copiare le figure
ad Alice, in modo che vengano registrate accuratamente;
servirà anche a tenere la sorella occupata e lontana dai guai.
Per alcune settimane Elsa siede sulla collina che sovrasta
il loro accampamento a leggere A Commentarii on
the Cuneiform Inscriptions of Babylon and Assirya di
Henry Creswicke Rawlinson e Summary of the
Hieroglyphic System of Ancient Egyptians di Champollion. Alice,
accanto a lei, esegue riproduzioni quasi perfette di
intere porzioni di ogni tavoletta.
Completata una serie la mostra a Elsa. «Ecco, guarda.»
«Sembrano uccelli» dice Alice. «Uccelli arrabbiati. E
alberi. I miei disegni sono più belli, non pensi?»
«Molto più belli.»
Le copie di Alice permettono a Elsa di esaminare
ogni immagine separatamente. Ordina i fogli assegnando
un numero a ciascun carattere. Ben presto si trova
con quasi mille figure uniche, il che suggerisce che non
si tratta di una scrittura alfabetica. È difficile... alcune
sono molto simili. Elsa le studia tutto il giorno e di notte
danzano nei suoi sogni. In effetti molte sembrano uccelli,
piante e animali. Che sull'isola mancano completamente.
Se si tratta di una scrittura indigena dovrebbe
rappresentare cose note agli isolani. Ma forse le figure
non sono ciò che sembrano, forse è lei che vi legge quel che conosce già.
Quando Alice comincia a copiare le tavolette più
grandi il lavoro sembra stancarla. Ogni tanto butta via il
quaderno e pesta i piedi sull'erba. Lancia sassolini al pony, si tira i capelli.
«Cosa succede, Allie?»
«Sono brutte. Quella tavoletta è brutta. Tutte le facce
sono arrabbiate. Non voglio più guardarle.»
«Allora accantonala. Non devi guardarla per forza.»
Elsa avvolge la tavoletta in una stoffa. «Perché non ti
prendi una pausa e non fai qualche bel ritratto? I ritratti
ti rendono sempre felice. Fai un bel ritratto di Barattolo.»
Così per alcuni giorni Alice si dedica al ritratto del ragazzo,
anche se lui non riesce a stare fermo per più di
pochi secondi e solo quando Alice gira la testa per prendere
un carboncino nuovo o una carta abrasiva. Non
appena lei lo fissa, si porta le mani alle guance e ride.
Allora Alice lo sgrida e gli tira l'erba. È soltanto nei brevi
istanti in cui Alice sembra scomparire, quando i suoi
occhi si ritraggono e il movimento del carboncino di
colpo si ferma, che il ragazzo diventa immobile e solenne.
Si ricompone e siede pazientemente, come se si trovasse
alla presenza di un malato. E quando lei, scalciando
sabbia, ritorna al mondo, a lui, il ragazzo prova un
sollievo evidente. Dopo una settimana il ritratto è finito,
e lei glielo mostra. Non gli era stato permesso di vederlo prima, e ora Barattolo quasi scoppia a piangere. Perché
ha catturato il suo spirito, pensa Elsa: i capelli in disordine,
gli occhi fedeli, il sorriso birichino, il collo esile
che sostiene la luna piena del volto. Strappandoglielo
dalle mani Barattolo scappa sulla spiaggia, poi corre
nell'erba alta con il foglio che gli svolazza dietro.
L'indomani Alice disegna la loro casa paterna in primavera,
circondata dagli ibischi e dalle rose canine, gli
alberi che fanno ombra sul sentiero, le colline in lontananza
coperte di garofani selvatici e timo. La verosimiglianza
è tale che Elsa non sopporta di guardare il disegno,
le ricorda troppo la casa, il passato.
Quando Alice lo mostra al ragazzo lui spalanca gli occhi.
«Casa» gli dice. «È qui che io e Pudding, papà ed Elsa
viviamo. Divido una camera con Elsa.»
Il ragazzo traccia con un dito i contorni dei fiori, degli
arbusti, degli alberi d'alto fusto.
«Questa è casa. Lontano da qui. In Europa.»
Indicando l'albero, il ragazzo le porge un foglio bianco.
«Vuoi soltanto un albero?»
Lui socchiude gli occhi, come se si stesse sforzando
di capire che cosa ha detto. Quando lei comincia a disegnare
le due linee del tronco lui annuisce.
«Voglio metterci degli uccelli. Un albero senza uccelli non va bene.»
Elsa è felice che la sorella disegni con tanto piacere,
però quando Alice ritorna alle tavolette, queste hanno
di nuovo su di lei un effetto inquietante. Un pomeriggio,
rientrando da un sopralluogo con Edward, Elsa trova
la sorella in lacrime davanti all'album.
«Non mi piacciono» strilla. «Non voglio più.»
«D'accordo, Allie. Come preferisci. Vuoi fare una passeggiata
con me? Possiamo andare a cercare Barattolo.»
«Mi manca la barca» protesta Alice. «Mi piaceva il
mare, correre veloci sull'acqua. In mare Beazley era divertente.»
«Lo so.» Elsa le accarezza la schiena. «Ti avevo promesso
che saremmo tornate a casa se qui fossi stata infelice. Non è vero?»
«Sì.»
«Non siamo obbligate a restare. Possiamo tornare sul
mare, a Londra, quando vuoi... vuoi che ti faccia le trecce?
Vieni. Girati. Facciamo due belle trecce.»
Elsa fa scorrere le dita nei folti capelli della sorella. Sì.
Ha promesso davvero che sarebbero tornate a casa in
qualsiasi momento lei avesse voluto. Ma che senso
avrebbe andarsene ora? Prima ancora di aver concluso
l'indagine sui moai? Non possono abbandonare la spedizione
così. Il viaggio è durato quasi un anno e adesso che
si stanno finalmente abituando al vento e alle rocce e alla
strana lingua, cominciano a fare progressi. Dopotutto
questa non è una banale luna di miele. Il loro lavoro - misurazioni,
copiatura delle tavolette - non ha precedenti.
Inoltre per tornare in Inghilterra impiegherebbero almeno
undici mesi, durante i quali Alice potrebbe cambiare
di nuovo idea. La promessa di Elsa era stata fatta prima
che raggiungessero l'isola, prima ancora che lasciassero
l'Inghilterra. Allora lei immaginava il peggio, temeva di
ritrovarsi sola nel punto più remoto della civiltà. Aveva
desiderato quel viaggio, ma l'aveva anche immaginato
come parte dell'accordo con Edward, qualcosa che
avrebbe sopportato per amore di Alice, forse anche per se
stessa: era sbagliato sperare che la sorella potesse rifiorire
lontano dalla disapprovazione degli europei? Comunque
la promessa, si rende conto ora, era soprattutto a se
stessa. Per essere certa di poter scappare in qualsiasi momento
ne avesse avuto bisogno. Come poteva sapere, allora,
che quel sacrificio sarebbe diventato il suo piacere più grande?
Certo, ha le mani coperte di vesciche per i lavaggi
mattutini di camicette e sottane, di camicie e calze di
Edward; il calore sul viso è spiacevole quando mescola
la zuppa di pesce sul fuoco, però sta imparando a preparare
il forno di terracotta nello stile kanaka; va a piedi
fino al mare alla luce della luna per lavare le pentole
unte. E come sempre deve occuparsi di Alice, oltre che
di Edward. Come una farfalla è ancora imprigionata
con gli spilli alla sua condizione, ma qui almeno per
qualche ora al giorno può illudersi di essere libera.
Quando a cavallo del suo pony si inerpica sul pendio
che porta alla cava le piace guardare i moai, i grandi spiriti
di pietra, l'opera di sconosciuti che secoli prima abitarono
l'isola. Ricorda di aver letto delle piramidi egizie,
delle decine di migliaia di schiavi costretti a
lavorare alle grandi tombe di calcare. Ebbene, anche i
moai devono essere opera di centinaia di uomini impegnati
giorno dopo giorno a scolpire sotto il sole. E le
proporzioni dell'impresa poi - gli anni di lavoro, le tonnellate
di pietra, il decadimento dell'abbandono - la
sbalordiscono. Si sente piccola, insignificante e completamente
al sicuro. C'è un grande conforto nel sentirsi
parte di qualcosa di più antico, di più grande. Quando
guarda nella cava Elsa pensa a Dio. È l'unico nome che
le viene in mente per descrivere la sensazione che il luogo
le dà. Forse Dio è semplicemente il senso della storia?
La percezione che altri hanno calpestato quello
stesso angolo di terra, tanti anni prima, sconosciuti animati
dalle tue stesse paure e dai tuoi stessi rimpianti?
Trovarsi sull'isola dà a Elsa un senso di pace che non
ha mai conosciuto, e con esso una grande determinazione.
Il passato è in agguato intorno a lei come un mistero
che chiede di essere svelato. Perché loro non potrebbero
svelare alcuni di quei misteri? Forse riusciranno a decifrare
la scrittura indigena e allora saranno - lei sarà -
parte di un tutto più importante. La sua vita, malgrado i
compromessi, acquisirà nuove profondità di significato.
«Ahi!»
«Scusa, Allie!» Ha tirato la treccia. «Aspetta che la allento.
Sai una cosa? Credo che dovremmo lasciare all'isola
un po' di tempo.»
Alice tocca le irregolarità della treccia.
«Tu ami Beazley?»
«Allie, siamo sposati, lo sai. Siamo marito e moglie.
Proprio come papà e mamma. Ma non gli voglio tutto il
bene che voglio a te. Lo sai. Non è vero, Allie? Sei tu il mio solo e unico amore.»
«E Beazley ti ama?»
«Certo che mi ama. Ma non come il nostro piccolo signor
Barattolo adora te! Allie, pensa a come gli si spezzerebbe
il cuore se tu te ne andassi. Devi rimanere per lui. E
per il momento non è necessario che ti occupi delle tavolette.
Lo farò io con le mie poche capacità artistiche.»
Per il momento Elsa è occupata a imparare la lingua
dell'isola, visto che quello sembra il primo passo naturale
verso la comprensione della scrittura. Geltrude Bell
conosceva già bene l'arabo prima di partire per il suo
viaggio in Mesopotamia. Il frasario di Elsa le permette
di chiedere indicazioni per trovare acqua fresca e piante
di fico, non per parlare con gli isolani della loro cultura.
Da dove sono venuti? Che tipo di società hanno creato?
Che cosa hanno voluto o dovuto scrivere sui pezzetti di
legno? E ora che la stagione della tosatura delle pecore è
terminata, gli indigeni cominciano a interessarsi ai
membri della spedizione. Un giorno alcuni bambini si
avvicinano alla cava e rimangono a osservare Elsa che
aiuta Edward nella misurazione dei moai. In sella ai loro
pony i bambini ridono e ondeggiano mescolando rapa
nui e spagnolo: «Amor los moai?». Ma quando da dietro
una statua vedono spuntare Barattolo cominciano a sibilare.
Con un dito tozzo un ragazzino si schiaccia il naso
ed emette una serie di grugniti. Un altro si tira le
guance in maniera assurda. Una ragazza lentigginosa
con i capelli rossi rotea gli occhi all'indietro e tira fuori
la lingua. Poi un ragazzino coperto di fango salta giù
dal pony e tira un grosso sasso a Barattolo, che corre a
nascondersi dietro le statue. In un lampo Alice si lancia
all'attacco armata di parasole, urlando come una matta.
Apre e chiude ritmicamente il parasole come se fosse
un'arma mistica. I bambini si allarmano e gridano «Tatane! Tatane!» Il ragazzo che ha tirato il sasso risale incespicando
sul pony, mentre Alice prosegue nella sua carica
sul pendio erboso. Lui si allontana in fretta, il
piccolo corpo scosso dai singhiozzi proprio mentre Alice
raggiunge la sommità. Edward, scuotendo la testa,
dice a Elsa: «Mio Dio, dovrò stare attento a non scatenare
mai la sua ira». Quando Alice ridiscende il pendio,
Barattolo emerge da dietro il moai. Per il resto della giornata
non l'abbandona un istante.
«Il ragazzo mi piace» sussurra Elsa a Edward nella tenda, una notte. «Mi piace molto. Mi chiedo perché sia sempre solo.»
«Piace anche ad Alice. Penso che dovresti lasciarglielo. Sembra che ne abbia conquistato il cuore.»
«Lo so.»
«Tu vuoi... Elsa? Non pensavo che tu desiderassi bambini...»
«No. Certo. Non posso.»
«Ti devi prendere cura di Alice» dice lui. «E pensi a lei come a... una figlia.»
«No, però penso a me stessa come a sua madre. Non è esattamente la stessa cosa.»
Elsa chiude gli occhi. È vero. Non riesce a immaginare
di potersi prendere cura di Alice e insieme di un
bambino suo. Ma c'è dell'altro. È il ricordo della levatrice
che si stringe Alice al petto, e di suo padre che le
proibisce di aprire la porta della camera della mamma.
«Tua madre ha dato la vita per la nostra piccola Alice»
aveva detto, cercando di nascondere la disperazione.
«Si è sacrificata per sua figlia.» Elsa non condivideva
questa versione dei fatti. Dietro la porta Alice aveva fatto
qualcosa alla mamma, e per questo lei la odiava. Per
un anno intero aveva maledetto la sorella, borbottando
parole rabbiose quando suo padre dormiva. Così quando
si erano accorti degli strani momenti di vacuità negli
occhi di Alice, delle sue crisi e dei silenzi, Elsa aveva
creduto che fosse stato il suo odio a provocarli. Che tutte
le maledizioni, le preghiere e le accuse le avessero nuociuto.
«Dormi?» mormora.
«Non ancora» dice Edward.
«A volte ho pensato che Alice fosse colpa mia. So che
sembra assurdo. Ma perché dovrebbe succedere una cosa
simile a una bambina? A chiunque? Deve esserci
una... ragione.»
«Elsa.»
«Tutta la vita mi sono chiesta...»
«Alice è una benedizione.»
«Lo so.»
«Non devi mai pensare che se fosse diversa sarebbe migliore.»
«A volte parli proprio come mio padre.»
«Tuo padre» risponde lui «era un uomo saggio.»
Per qualche settimana nessuno va a trovarli alla cava
ed Elsa sospetta che tra esagerazioni e lacrime la
storia della tatane inglese con il parasole abbia fatto il
giro dell'isola. Ma un giorno, al bordo del cratere, arriva
un uomo a cavallo. Elsa lo riconosce, è l'uomo che
aveva condotto il coro sulla goletta, la notte del loro arrivo.
Ha le braccia coperte di tatuaggi e porta lo stesso
cappello che aveva quel giorno: un tricorno di velluto
rosso sbiadito con una fila di bottoni di ottone. Dimostra
una quarantina d'anni. Ha i riccioli scuri con qualche
ciocca grigia lunghi fino alle spalle. Dice di chiamarsi Te Haha Huke.
Sembra venuto a offrire i suoi servigi, sebbene non
sia chiaro di quali servigi si tratti. Dapprima siede sopra
un moai incrociando le gambe ossute, e comincia a cantare.
I riccioli si muovono al vento; chiude gli occhi abbandonandosi
al canto. Ma la sua voce, un flusso stridulo
e incostante con trilli da soprano, distrae Edward
dal suo lavoro. «Davvero, Elsa, non vorrei che pensasse
che ho declinato la sua gentile offerta, tuttavia ho il sospetto
che sia ubriaco. Voglio sperare che nessuno canterebbe
in questo modo se fosse abbastanza sobrio da rendersene conto.»
Avvertendo il fastidio che provano, l'indomani Te
Haha torna con una chitarra e la strimpella piacevolmente
in cima a un moai. Tutti lo apprezzano e cercano
di mostrare la loro gratitudine smettendo di lavorare e
sedendo sull'erba sotto la statua, ma Te Haha ben presto
si stanca di suonare e scuote la testa borbottando parole che sembrano avvertimenti.
«Nota bene» sussurra Edward a Elsa, «il cosiddetto temperamento artistico non è limitato soltanto al continente europeo.»
Quando l'indomani Te Haha ritorna, rimane seduto per ore a intagliare nel legno statuine che li ritraggono,
un'attività nella quale sembra straordinariamente abile.
Edward prova a suggerirgli di rendersi utile in altri modi:
aiutando a portare un secchio d'acqua in cima alla
collina, per esempio. Oppure a spostare questo mucchio
di sassi? Potrebbe tenere l'estremità del nastro per misurare?
Te Haha lo assiste in alcuni compiti ma è chiaramente
annoiato, ed Elsa non se la sente di biasimarlo. Si
porta un dito alla fronte per indicare a Elsa e a Edward
la fonte della sua autentica forza: non è adatto alle fatiche
fisiche, è un uomo di pensiero, lui.
Bene, pensa Elsa, forse potrebbe aiutarmi con il mio
progetto e cerca di spiegargli che vuole imparare la lingua.
«Arerò!» grida lui e corre via.
L'indomani compare con un grande sacco. Smonta in
fretta dal cavallo e trascina il sacco su per la collina,
procedendo a zigzag fra i moai. Elsa gli va incontro e lui
lascia cadere il sacco e si toglie il cappello.
«Hau» dice arrotondando le labbra. «Hau.» È la prima
volta che lo vede a capo scoperto: ha una zona calva in
cima. «Hau» dice lui, rimettendosi il cappello. Dal sacco
estrae un pesce secco e lo fa oscillare davanti agli occhi
di Elsa. «Ika» dice. «I-ka.»
Hau. Ika. Miro Toki. Mamari. Auke. Karu. Fa oscillare
uno a uno davanti a lei oggetti familiari, e quando il
sacco è vuoto indica il cratere e dice: «Ratio».
«Cratere?» Lei forma un bacino con le braccia e produce
il rumore di un'esplosione. «Cratere del vulcano?»
Lui annuisce e le batte orgoglioso un colpetto sulla spalla.
È presto chiaro a tutti che Te Haha è un insegnante
nato, anche se Elsa immagina di essere la sua prima
alunna. È scrupoloso, rigoroso, esigente. Le svela le sottigliezze
della lingua.
All'alba si presenta all'accampamento e le fa cenno di
sedersi accanto a lui con il diario aperto, mentre lentamente
pronuncia nomi, verbi, preposizioni.
Così Elsa comincia la compilazione del suo dizionario
e finalmente impara i nomi dei geroglifici che sta
cercando di decifrare.
Si chiamano rongorongo.
5 marzo 1914
A quanto pare ho generato molta ilarità in Te Haha e nei
suoi amici con le mie indagini sui rapporti tra i sessi. La Royal
Geographical Society sembra interessata a sapere se la poligamia
sia preponderante e vuole avere un'idea della posizione
delle donne in materia di proprietà, diritti coniugali, eccetera,
perciò ho chiesto agli uomini riuniti intorno al nostro cerchio
quante mogli avessero, o si augurassero di avere. «O te ha?»
(perché?) mi hanno chiesto con grandi sorrisi. Non riuscivano
a capire per quale motivo la cosa mi interessasse. Indicavano il
mio quaderno. Perché scrivevo? (Avevano avuto la stessa reazione
davanti al nostro studio dei moai, una generale incredulità
di fronte al nostro interesse per statue che sono loro familiari
da sempre.) Perciò ho ritenuto meglio tentare di spiegare
nel mio rapa nui ancora incerto le abitudini monogamiche del
nostro mondo occidentale, sottolineando in più modi che fosse
più civilizzato. Bene, se avessi detto loro che ero per metà
scimmia sarebbe stato lo stesso! Gli uomini ridevano a crepapelle.
Indagando l'origine di quel tumulto mi ritrovai io stessa
oggetto di un'indagine inaspettata. Perché: non ero forse la uha
to matu'a di Edward? Certo, risposi. E vi'e Alice non era anche
lei la uha to matu'a di Edward? Compresa l'origine della loro
confusione, spiegai con chiarezza quali erano i nostri rapporti
familiari. Edward aveva una moglie e una cognata. Erano delusi e un po' confusi.
Ho deciso comunque di rimandare ulteriori indagini antropologiche
e concentrarmi essenzialmente sul rongorongo. È
l'impresa più urgente, perché le informazioni sulle tavolette
sono conservate nelle menti degli anziani dell'isola. A tutt'oggi
ho stabilito che i rapa nui credono che i simboli rongorongo
originali siano stati portati sull'isola dai primi abitanti e che
fossero scritti su una specie di carta (probabilmente corteccia).
Quando la carta è finita hanno cominciato a scrivere su
foglie di banano e poi su legno. Si ritiene che le iscrizioni
venissero eseguite con un dente di pescecane. Pare che la maggior
parte di queste tavolette sia andata bruciata insieme alle
case durante una guerra tribale. (Sembra esserci stata una
lunga guerra tra i due clan principali dell'isola - gli hotu iti e i
kotuu - su cui intendo fare ulteriori indagini.) In quanto alle
iscrizioni sulle tavolette, alcuni isolani di mezza età si sono
offerti disinvoltamente di leggerle per me, ma dopo dieci interpretazioni
completamente diverse mi è chiaro che si limitano
a guardarle e raccontarmi la prima cosa che gli passa per la
testa. Non ho ancora stabilito contatti con i membri più anziani
della popolazione (si ritiene che alcuni di loro vivano nella
colonia di lebbrosi fuori Hanga Roa), i quali, spero, mi offriranno
la conoscenza della scrittura di cui ho tanto bisogno.
Ho chiesto notizie sul primo insediamento dell'isola, da
dove è venuta la prima gente e quando. Non hanno date numeriche,
ma dicono che ci sono stati ventisette re. Il primo era
Hotu Matua, che arrivò con la sua canoa sulla spiaggia di
Anakena, il luogo dove abbiamo stabilito il nostro accampamento.
Dicono che venisse da un arcipelago in direzione del
tramonto, e il nome dell'isola era Marae-toe-hau, che sembra
tradursi con "il luogo di sepoltura". Dicono che Hau Maka,
consigliere di Hotu Matua, aveva avuto un sogno e che l'anima
del sogno di Hau Maka aveva visitato l'isola, trovandola
bellissima e fertile, e che per questo avevano cercato una nuova
terra. Se la leggenda corrisponde al vero, non ci si può non
interrogare sulla delusione di re Hotu Matua davanti all'isola
arida che aveva trovato, e mi chiedo se non gli fosse venuto il
sospetto di avere trovato l'isola sbagliata.
Edward è in procinto di decidere quale delle statue
estrarrà per prima. Ogni sera, alla luce delle lampade
che numerose bruciano le nuove scorte di olio di focena,
esamina minuziosamente i suoi dati. Elsa cerca di
tentarlo con le tavolette, mostrandogliele nella tenda:
«Dunque, questa è l'unica kohau che abbiamo trovato
nelle caverne vicino a Puna Pau, ed è palesemente diversa
dalle altre. Vedi la ripetizione delle figure accovacciate
seguite dall'albero? Belle, trovo».
Per il momento l'ombra dell'interesse di Edward cade soltanto sulle statue.
«Dobbiamo cominciare a scavare presto» dice voltando
un'altra pagina di appunti. «Quello che troveremo
alla base sarà essenziale per comprendere il metodo di
trasporto usato. Sembra che sarà questo l'oggetto del mio studio.»
Una volta deciso quale moai estrarre, è assillato dai
problemi logistici. Con l'ausilio di incentivi adeguati,
trova un gruppo di isolani disposto ad aiutare. Ma preparare
l'operazione si rivela difficile a causa della mancanza di legname.
«Non c'è un solo ramo in tutta l'isola che possa essere
usato per il trasporto» si lamenta Edward. «È straordinario,
in effetti, che siano riusciti a sopravvivere.»
Alla fine decide di smontare alcune delle loro casse
per costruire la struttura per il trasporto.
Cominciati gli scavi, Edward si rilassa. Ogni pomeriggio,
quando lui torna dalla cava ed Elsa rientra dalle
interviste agli isolani, si scambiano i dettagli della giornata,
confusi da una stanchezza che li inebria, già immaginando
ciò che li aspetta l'indomani.
«Io penso che tu abbia trovato la tua vera strada» le
dice Edward una notte dopo aver ascoltato la sua descrizione
di una particolare serie di immagini di uccelli.
Tra loro è nata una gentilezza, un rispetto reciproco.
Sono diventati come soci d'affari e durante la cena parlano
eccitati del loro lavoro. La loro vita è regolata,
confortevole e forgiata interamente dagli interessi comuni.
Tuttavia è nelle pagine dei libri che lei trova la compagnia
più interessante. La sua copia del Viaggio di un
naturalista intorno al mondo sembra essere scomparsa per
sempre, e ha finito Le diverse forme dei fiori in piante della
stessa specie, perciò ritorna ancora sull'Origine delle specie,
dove sembra trovare qualcosa che assomiglia a una confessione:
Oggi, 1859, il mio lavoro volge al termine; ma poiché saranno
necessari altri due o tre anni per completarlo, e la mia
salute è malferma, mi è stato richiesto di pubblicare subito
questo compendio. Alla pubblicazione sono stato indotto soprattutto
dal fatto che Alfred Wallace, attualmente impegnato
nello studio della storia naturale dell'arcipelago malese, è
giunto a conclusioni generali sull'origine delle specie che sono
quasi identiche alle mie. Lo scorso anno mi ha inviato una
memoria sull'argomento pregandomi di trasmetterla a Sir
Charles Lyell, che a sua volta la inviò alla Linnaean Society, e
infatti è pubblicata nel terzo volume del "Journal" della società.
Sir Charles Lyell e il dottor Hooker, che erano entrambi
al corrente del mio lavoro - il dottor Hooker avendo letto il
mio abbozzo del 1844 - mi hanno onorato con il consiglio di
pubblicare insieme all'eccellente memoria di Wallace alcuni brevi estratti del mio lavoro.
«Edward» dice Elsa dall'altra parte della tenda, «conosci il lavoro di Alfred Wallace?»
«L'uomo dell'arcipelago malese?»
«Stava lavorando alla teoria dell'evoluzionismo contemporaneamente a Darwin?»
«Sì, anche se è difficile dire chi ci sia arrivato per primo.
La Linnaean Society ha presentato i loro lavori contemporaneamente,
ma quello di Wallace non ha attirato
l'attenzione di nessuno. Darwin era un uomo di Cambridge
e Wallace un autodidatta che si finanziava i viaggi inviando in Inghilterra insetti e serpenti imbalsamati.
Suppongo che non avesse molte possibilità di venir preso
con altrettanta serietà. Poi Darwin pubblicò il libro prima di quello di Wallace e ovviamente gli si attribuisce la teoria.»
«Wallace aveva bisogno di una laurea presa a Cambridge per poter formulare una teoria?»
«Ovviamente no.»
«Perché in tal caso ci sarebbero dovuti arrivare in tanti.»
«Così vanno le cose, Elsa. Darwin apparteneva all'ambiente accademico, non glielo si può rimproverare.»
«Non rimprovero niente a nessuno, mi dispiace soltanto per Wallace.»
«Ebbene, lo stesso Wallace accettò la situazione. Intitolò
il suo libro sulla selezione naturale Darwinismo. Ufficializzando
in maniera definitiva la paternità della scoperta.»
«Forse pensava che non avrebbe mai potuto vincere.»
«Be', non essere troppo dura con nessuno dei due.
Dopotutto erano entrambi alla ricerca della verità.»
Nelle sue parole lei sente un'eco degli avvertimenti
paterni contro i suoi giudizi affrettati. In effetti Edward
è diventato sempre più simile a suo padre, o forse è diventato
uguale il piacere rilassato di stare insieme. Anche
gli accordi per tenere d'occhio Alice hanno raggiunto
una nuova semplicità. Quando una crisi di Alice pone bruscamente fine a un'intervista di Elsa, Edward si offre di portarla con sé agli scavi.
«Devi poter lavorare senza essere interrotta, Elsa. È troppo importante. E perlomeno sappiamo che non spaventerà le statue. Spero che tu possa fidarti della mia capacità di badare a lei.»
Lei si fida, ormai, dopo tutti questi mesi. Con Alice è molto attento, si è abituato ai suoi accessi, e la ragazza sembra a suo agio con lui.
«Naturalmente» dice. «Certo che mi fido di te.»
Un altro laccio che si allenta. Adesso Elsa può circolare
libera per l'isola - vera esploratrice, vera scienziata -
con niente che la distragga dal suo lavoro.
Si tuffa nello studio dell'isola, della lingua, del rongorongo.
Ormai può conversare piacevolmente in rapa
nui, ed Edward ricorre a lei per le traduzioni. Prende
molti appunti sulle leggende e i miti narrati dagli isolani,
che tuttavia sembrano sprovvisti di una storia orale
della costruzione dei moai e della loro caduta. Elsa sospetta
che siano le tavolette di legno a portare traccia di
questa storia. Deve esserci un resoconto degli eventi
principali da qualche parte, e se non è nei ricordi della
gente forse è sulle tavolette. Ma ogni volta che gli strani
glifi cominciano a suggerire un significato, subito si ritraggono,
come se la prendessero in giro. E lei sta cominciando
a interrogarsi anche sui supporti di legno su
cui sono stati incisi. Le tavolette sono fatte di un legno
scuro e compatto che non ha visto da nessuna parte sull'isola.
Da dove viene? Forse è legname arrivato da altri
luoghi? Potrebbe essere stato portato fin lì con quella
prima canoa di Hotu Matua?
Elsa pensa al lungo viaggio di Hotu Matua e al loro
viaggio dall'Inghilterra. Né il re polinesiano né Edward
né lei potevano sapere cosa li aspettava in questa nuova
terra. Un luogo mitico, fino al loro arrivo. Adesso è il
suo passato a essere diventato mitico; Max, il padre, la
loro casa in Inghilterra... sembra un'isola di cui ha sognato
un tempo lontano.
E quando nottetempo giace nella tenda con i libri ammucchiati
sotto la branda e ascolta le onde frangersi
contro la riva, Elsa sente di aver fatto la cosa giusta. È
giusto che sia qui, su quest'isola. Anche ora, mentre
dorme accanto a Edward, è contenta. Il peso delle sue
braccia, l'odore di sapone e tabacco che sale dal suo corpo:
tutto ciò l'aiuta a scivolare in un sonno piacevole. Si
sta abituando a lui. E occuparsi di lui, sentirsi a proprio
agio con lui, l'aiuta ad allentare il senso di colpa. Non lo
considera più un'opportunità per aiutare Alice e se stessa.
Lo vede come un marito. È davvero così terribile, pensa, essere amata da quest'uomo? E Edward, il caro e dolce Edward. E questa - Edward, Alice, la terra battuta dal vento in mezzo al nulla - ora è la sua vita.
...
.
...
CAPITOLO 15.
...
.
...
Al secondo anno del corso di specializzazione, dopo
molte discussioni e dibattiti, Greer scelse Thomas come
docente. Avevano già reso pubblica la loro relazione, un
evento che Greer aveva temuto - prevedendo scherno,
diffidenza, persino gelosia - ma che alla fine aveva suscitato
solo qualche alzata di spalle da parte dei suoi
compagni di corso. Lo avevano già capito da tempo.
Non c'erano dubbi che scegliere Thomas come advisor
fosse l'opzione migliore. Svolgeva il lavoro più interessante
del dipartimento, il suo laboratorio disponeva
delle attrezzature migliori e dei finanziamenti maggiori.
Di recente l'American Insti tu te of Biological Science
gli aveva assegnato una sovvenzione, durante una cena
in abito scuro a cui si era fatto accompagnare da Greer,
gli era stata conferita un'onorificenza da parte dell'università
e la rivista "Life" gli aveva dedicato un articolo
intitolato "La scienza oggi e domani", corredato da una
sua foto che lo ritraeva nel laboratorio, chino su un
campione di due metri che lui e Greer avevano estratto
in febbraio dagli argini del Mississippi. Ma l'articolo lo
aveva infastidito perché divideva gli scienziati in due
categorie: tradizionalisti e rinnegati. Thomas, che aveva
appena compiuto quarantatré anni, era stato annoverato
fra i tradizionalisti; per di più l'articolo rilevava che
attualmente nel mondo scientifico le grandi scoperte
venivano fatte proprio dai giovani, alludendo ai primi
successi di Thomas: il Premio Linnaeus, il primo
congresso di palinologia. Comunque l'articolo gli diede
un'innegabile notorietà e l'università arrivò a includere
il suo laboratorio nel giro turistico del campus. A volte
capitava che lui e Greer vedessero dalle finestre dell'ufficio
una decina di ragazzini accompagnati dai genitori
che fissavano l'edificio. «Da lì non possono vedere niente»
protestava Greer abbassando e alzando le veneziane.
«Perché non gli mostrano qualche polline fossile? È interessante.»
«Perché» rispondeva Thomas «a loro non interessa
la scienza, vogliono solo vedere una cosiddetta
celebrità.» Però sembrava piuttosto compiaciuto di essere
diventato famoso. Adesso tutti volevano lavorare
con lui. Persino Jo, che si era unita al suo gruppo quel
semestre. Invece Greer era dibattuta.
«L'unica domanda che dovresti porti, Greer, è se vuoi
davvero passare così tanto tempo con il tuo fidanzato.
Stare con lui giorno e notte» disse Jo.
«E che cosa ne pensi del fatto che lavori per lui? Sembra strano.»
«Be', lavori per il professor Jenks senza problemi. O
per quello stronzo di Hawthorne. In qualunque modo
la rigiri lavori sempre per qualcuno. Quindi scegli per
chi vuoi lavorare, qualcuno con un progetto che sia interessante per te.»
«Il lavoro di Thomas è davvero...»
«Il meglio che si possa trovare in città?»
Greer scrollò le spalle confusa. «È la verità.»
«Un'occasione difficile da lasciarsi sfuggire.»
«Sembreremo Marie e Pierre Curie. O Carl e Gerty Cori.»
«Senti Greer... risposte pronte non ce ne sono. Fa quello che è più giusto per il tuo lavoro, la tua crescita professionale. E se questo significa lavorare nel laboratorio del Fico d'india...»
«Jo.»
«... nel laboratorio di Thomas, allora fallo. Così lavoreremo insieme anche noi. Fianco a fianco. Come le gemelle Bobbsey.»
«Vero.»
«Come si fa a non cogliere un'occasione simile?» Jo si soffiò via la frangia dagli occhi.
«Già, come?»
Thomas non mosse obiezioni.
«Lily, non riesco a pensare a nessuno di meglio per il laboratorio» disse. «Sei veloce, sei precisa. E coinvolta nel progetto.»
Il progetto verteva sull'evoluzione delle angiosperme:
piante da fiore. Cioè quasi tutti gli alberi, i cespugli,
i fiori di campo, i frutti commestibili, bacche, acheni, cereali
e ortaggi: 235.000 specie diverse che costituivano
circa il novanta per cento delle piante del mondo. E tuttavia
un tempo il pianeta aveva conosciuto soltanto le
gimnosperme - gymnus sperma, semi puri - il pino, il cipresso,
l'abete e il cedro. Ginkgo e cicadacee, i cui semi
si formavano sui bordi dei coni e aspettavano di essere
trasportati dal vento. La loro era una riproduzione primitiva
e passiva. Le angiosperme invece avevano pistilli, stami e carpelli; petali increspati rossi e viola e bianchi;
nettare e profumo. Seduzioni. Greer immaginava
che il regno vegetale fosse arrivato alla pubertà, tutti gli
ingenui abeti e i trasandati pini si erano agghindati con i
loro abiti eleganti. Le angiosperme avevano portato nella
natura il desiderio, dato il via al valzer del corteggiamento
fra stami e pistilli, petali e impollinatori, un ballo
che si era diffuso ed era durato milioni di anni. Alla fine
le coppie di flora e fauna si erano unite, si erano evolute
insieme, così che ora ogni fiore aveva il proprio impollinatore,
ogni frutto un uccello che lo becchettasse.
Thomas era affascinato dal passaggio evolutivo da
gimnosperma ad angiosperma, che per lui rappresentava
un passo avanti di gran lunga più significativo di
quello da scimmia a uomo. I fiori portavano frutti e
acheni, producevano cibo che aveva permesso la nascita
di grossi mammiferi e, alla fine, anche dell'homo sapiens.
E l'umanità era diventata la più convinta ammiratrice
dei fiori. «Dopotutto, è stato il papavero che,
come un'Elena di Troia floreale, ha messo in mare mille
navi per la guerra dell'oppio.» Le migrazioni umane, le
vie commerciali, le invasioni, le guerre, tutto ciò lo si
doveva alle angiosperme. Tè, spezie, tulipani. L'uomo si
era unito al ballo, sedotto, come le altre creature, dalla
più grande invenzione della natura: il fiore.
Com'era avvenuta la transizione? Dove e quando,
esattamente? Un secolo prima Darwin lo aveva definito
un "mistero abominevole", e da allora nessuno aveva
trovato una risposta. Il mistero era troppo antico, la
chiave sepolta nelle profondità della terra. Un'indagine
accurata avrebbe richiesto vaste prove paleobotaniche,
la specialità di Thomas.
Il progetto di Thomas era partito l'anno prima che
Greer si iscrivesse al corso di specializzazione. Aveva
cominciato a raccogliere rocce cretacee da varie località
degli Stati Uniti e riunito un piccolo gruppo di candidati
al dottorato di ricerca perché cercassero i pollini fossili.Il loro compito era quello di rintracciare il primo fiore,
la prima angiosperma comparsa sulla terra. Fino a
quel momento avevano trovato un solo probabile sospetto:
la magnolia. In diverse rocce che risalivano al
Medio Cretaceo, centoventi milioni di anni fa, avevano
rinvenuto tracce di polline di magnolia. Ma era solo l'inizio.
Il passo successivo e più importante sarebbe stato
quello di eliminare tutti i rivali della magnolia.
Per farlo dovevano esaminare le rocce sedimentarie
di tutto il mondo. Quando Greer era entrata nel gruppo
di lavoro, Thomas aveva appena ricevuto nuovi finanziamenti
e stava cercando di ottenere campioni dal Sudamerica
e dall'Europa. Pensava anche di procurarsi
campioni dalla Groenlandia e dall'Australia. Il laboratorio
avrebbe esaminato quelle rocce e verificato che
non vi fosse altro polline d'angiosperma del Medio Cretaceo
eccetto quello della magnolia.
Se Thomas fosse riuscito a dimostrare definitivamente
che la magnolia era stata la prima pianta da fiore a
comparire sulla terra, questo avrebbe significato che la
struttura della magnolia rappresentava l'importante
passaggio evolutivo dalle gimnosperme alle angiosperme,
la prima tessera di domino a cadere nella più importante
evoluzione ecologica. E per Thomas Farraday
avrebbe significato arrivare ancora una volta primo. Il
primo, il più grande, il più piccolo... in ogni scoperta diventava
cruciale stabilire il primato nella dimensione e nell'era.
Greer doveva anche decidere l'argomento della tesi
attinente al progetto di Thomas e il lavoro da svolgere
nel suo laboratorio. Alla fine optò per i modelli di diffusione
via acqua delle magnolie. Se la magnolia era
emersa nel Medio Cretaceo, era stato dopo che da Pangea,
la distesa di terra che un tempo conteneva tutti e
sette i continenti, si era staccato il supercontinente
Gondwana. La magnolia era comparsa in un mondo
dove le terre erano divise dall'acqua, quindi le angiosperme
avevano dovuto attraversare l'oceano per
diffondersi. Mentre Thomas cercava di stabilire a quando
risaliva la comparsa del primo esemplare, lei ne
avrebbe seguito gli spostamenti.
Il grosso del lavoro di laboratorio era l'equivalente
scientifico del battere a macchina o archiviare. Thomas
era un professore esigente e per settimane intere Greer
non si occupava d'altro che di depurare campioni, facendo
la spola fra centrifuga e lavandino. Poi doveva
determinare quale polline provenisse dalle gimnosperme
e quale dalle angiosperme. Passava ore al microscopio
a contare i granuli conosciuti e quelli sconosciuti,
esaminando la struttura di ognuno: le forme bulbose, le
linee disegnate come vene lungo il rivestimento, le imperfezioni
e le caratteristiche irripetibili. Era colpita dalla
loro varietà e adattabilità. Un polline che milioni di
anni prima era stato spinto dal vento per campi e valli,
sepolto nella terra, ora aspettava di essere studiato, perfettamente
fossilizzato. Guardare nel microscopio era
come ritrovarsi in un paesaggio nascosto, come intravedere
una luna lontana e senza nome.
Il primo anno lei e Thomas lavorarono sempre insieme.
Il suo ufficio si trovava vicino al laboratorio e a intervalli
di poche ore lui passava a controllare l'équipe e
li salutava. All'ora di pranzo lei gli portava i panini in
ufficio e parlavano dello stato del progetto. Spesso, prima
che lei tornasse in laboratorio, abbassavano la veneziana
della porta e si baciavano. Amavano la tentazione
che rappresentava lavorare fianco a fianco, si divertivano
a scambiarsi carezze furtive e alla fine della giornata,
dopo che tutti se ne erano andati, si trattenevano volentieri
nell'edificio. Thomas stava seduto nel suo ufficio
con i libri aperti e Greer cominciava a sbottonargli la camicia,
a slacciargli la cintura, mentre lui fingeva di continuare
a leggere. Oppure lui la trovava nel laboratorio
silenzioso e lentamente le toglieva il camice bianco
mentre lei stava guardando nel microscopio.
Capitava spesso che viaggiassero insieme per raccogliere
campioni. Il primo anno andarono in Brasile e nel
Belize. Il secondo fecero un viaggio di due settimane in
Nuova Scozia, poi in Groenlandia. Lei amava viaggiare
e lui, lontano da colleghi e ammiratori, abbandonava il
suo atteggiamento da gradasso e Greer si rendeva conto
di quanto fosse profondamente innamorata. Guardarlo
raccogliere campioni era come guardare un ragazzo
sfregare un ramoscello sopra un formicaio, il viso illuminato
dallo stupore alla vista della vita che emerge
sotto il suo tocco. Thomas poteva insistere quanto voleva
a dire che la natura non era bella, però restava senza
parole di fronte alla sua complessità.
Entrambi si buttarono a capofitto e senza riserve nel
progetto, affascinati dall'idea del primo fiore del mondo.
La magnolia era un bel sogno dai petali bianchi, un
fantasma che volevano afferrare. Certe notti, quando si
addormentava in laboratorio, Greer sognava di fluttuare
sopra un paesaggio antico, un fitto bosco di alberi dagli
aghi scuri, in cerca di un solitario fiore bianco. Una
volta vide persino il fiore in lontananza che ammiccava
da una foresta ombrosa.
Quando Thomas la trovò e la svegliò, lei gli descrisse il sogno.
«E non ti sei presa la briga di chiedere su quale continente
si trovava il fiore? Sono disposto a credere all'importanza
psichica di qualunque sogno risponda a una domanda.»
«Mags non ama le domande» disse Greer.
«Mags?»
«Con tutta la gente che le dà la caccia, credo che si meriti un nome.»
Il pomeriggio facevano una pausa dal lavoro e passeggiavano
per la serra dell'università parlando della ricerca.
«Alcuni campioni non datano abbastanza indietro per essere pertinenti.»
«Mags è solo timida, dalle tempo» diceva Greer.
«Sai, alla fine sarà questione di numeri: esaminare
una quantità sufficiente di rocce provenienti da più regioni
possibili. Quantità e varietà, ecco la soluzione.
Probabilmente non troveremo mai polline di magnolia
antecedente al Medio Cretaceo. L'unica cosa che possiamo
fare è assicurarci di non trovare altri pollini di angiosperma della stessa era.»
«E sperare che altri non li trovino.»
«Sai, Lily, è proprio così.»
«Non temere. Ti sei dedicato interamente a Mags e lei non ti deluderà.»
«Me lo auguro.»
«Pensa soltanto che siamo sulle tracce del primo fiore della terra.» Avevano attraversato la zona tropicale, il tempio vetrato di felci umide e guaiava e adesso stavano entrando nella Casa delle Orchidee. Greer si guardò intorno nel mare di petali purpurei e rossi. «Prima ancora che un essere umano comparisse sulla terra e lo annusasse» disse, «lo toccasse e lo dichiarasse bello, prima che un impollinatore capisse che cosa farci, un fiore spettacolare aspettava che il mondo lo scoprisse.»
«Ah, Lily.»
«Che cosa c'è?»
«Sei proprio una donna.»
«Così mi dicono.»
«Non lasciare che l'immaginazione ti distolga dalla
scienza. Non cercare ciò che ti sembra bello. Ricordati
sempre di cercare ciò che è vero.»
«Distogliermi? Sono qui a lavorare per la scienza più
ore di chiunque altro. Passo all'acido, conto, analizzo.
Una volta tanto mi piace ricordare a me stessa che cosa
significa tutto ciò.»
«Hai ragione. Lo so. Lavori come un automa. Scusami. Sono solo preoccupato per il progetto, per tutto il lavoro che ci aspetta.»
Lei lo cinse alla vita con il braccio. «Non dimentichiamoci di goderne gli aspetti positivi.»
Lui la baciò. «Condivido i tuoi sedimenti» scherzò.
Nei due anni successivi Thomas si allontanò spesso
per tenere conferenze nel Missouri, nello Iowa o nell'Ohio.
Greer non amava quelle separazioni ma imparò
a conviverci. Diverse volte lui venne invitato ad Harvard.
Le notizie in merito ai suoi studi attiravano l'attenzione
del mondo scientifico e gli lasciavano poco
tempo per lavorare. Quando andava al laboratorio, di
solito era per raccogliere i dati da Greer, Jo e Bruce Hodges,
un nuovo assistente appena trasferito da Harvard
proprio per collaborare al progetto di Thomas. Bruce
era un ex giocatore di football, il cui più grande piacere
consisteva nel raccontare con sommo compiacimento
della partita in cui aveva fatto tre placcaggi, due recuperi e un'intercettazione.
«Ma di più non si può fare, così alla fine ho scambiato
le imbottiture e il casco con un camice da laboratorio» diceva
con aria melodrammatica, arrivato all'epilogo della
sua saga sportiva. Certo aveva un talento per la scienza,
anche se gli mancava la passione. Era in grado di snocciolare
classifiche di pollini come statistiche sportive.
«Ed ecco che abbiamo una dicotiledone magnoliacea
che tenta un grosso balzo verso il Medio Cretaceo! Il nostro
piccolo clavatipollenites si tiene ben stretto alle venature
retiformi e al doppio cotiledone!» Poi si portava le
mani alla bocca, fischiando e gridando, imitando il suono
di un centinaio di fan inneggianti alla sua vittoria tassonomica.
Jo lo trovava noioso e di nascosto lo mandava al diavolo.
Greer invece lo riteneva moderatamente affascinante
ed era contenta di avere compagnia nel laboratorio; senza Thomas le sembrava vuoto.
Tornando dalle sue conferenze stanco e senza voce
Thomas si sedeva con lei a rivedere i dati fino a tarda
notte. Greer gli diceva quali campioni avrebbero analizzato
o dove avrebbero raccolto il prossimo gruppo di
rocce sedimentarie. Alla fine lui non mancava mai di
chiederle della sua tesi. L'interesse che dimostrava per
il lavoro di Greer non diminuiva mai. E chiacchieravano
a lungo di semi di magnolia e schemi di dispersione
dei pollini e lui le dava indicazioni utili per la ricerca,
consigliandole a volte gli studi biogeografici da leggere.
«La cosa interessante è correlare la dispersione della
magnolia con la diffusione dell'impollinatore.»
«Esattamente.»
«Perché anche se c'è uno spostamento via acqua del
polline e dei semi, la pianta non può colonizzare senza
impollinatori.»
«Ho esaminato pazientemente i dati e credo di aver
trovato alcune relazioni numeriche interessanti. Riguardano
il fattore dilazione, il lasso di tempo fra la comparsa
del fiore e quella del coleottero. Penso che potrebbe
rivelarsi un'equazione significativa.»
«L'equazione dovrebbe influire sulla soglia. Il numero
di piante necessarie per installarsi in modo permanente
in una comunità.» Thomas si strofinò gli occhi assonnati,
poi le prese le mani. «Mi sei mancata.»
«Anche tu» disse lei appoggiandogli la fronte sul petto.
«Sei stato via a lungo.»
«Il dovere mi chiama.»
«Lo so.» Lei ascoltò il battito del suo cuore, quel ritmo
rassicurante della vita, poi alzò la testa. «Naturalmente
i numeri differiranno da pianta a pianta. Periodo
di fioritura, di gestazione, eccetera.»
Thomas rise. «Il dovere chiama anche te.» Greer sorrise.
Sapevano entrambi che cosa li muoveva.
«Sai» disse Greer, «la magnolia aveva qualcosa che
nessun'altra pianta aveva.»
«E sarebbe?» chiese Thomas.
Lei non potè trattenere un sorriso. «Un forte desiderio
di esistere.»
Si sposarono con una cerimonia intima nell'arboreto
dell'università con Bruce Hodges, Jo Banks e il professor
Jenks come testimoni.
Come dono di nozze Thomas le regalò un seme di
magnolia in un vaso da farmacia veneziano.
«Per il tuo lavoro» disse. «Adesso sarai proprio come
Darwin. Ha testato tutti i tipi di semi in vasi d'acqua salata
per vedere quanto tempo potessero sopravvivere
nell'oceano. È perfetto per te.»
Greer gli regalò il microscopio del padre, quello che
era stato per anni nel laboratorio del seminterrato, il
primo microscopio che lei avesse mai usato.
Thomas esaminò i pomoli d'ottone, il grosso oculare.
«Grazie per avermelo voluto affidare.»
Durante le due settimane di luna di miele in Toscana
girarono in macchina per gli Appennini raccogliendo
arenaria e marne. Il Progetto Magnolia attraversava una
fase di stallo e servivano campioni provenienti dalle regioni
geografiche più diverse. Greer e Thomas riuscirono
a concedersi un paio di cene eleganti a Firenze, una
rapida passeggiata nelle gallerie principali degli Uffizi e
si fecero fotografare sul Ponte Vecchio, ma il resto del
viaggio fu dedicato al lavoro, a caccia di affioramenti
giurassici e crétacei. Cercarono di approfittarne al massimo,
baciandosi fra un procedimento e l'altro, chiamandosi
a vicenda "marito" e "moglie" mentre martellavano
rocce e trascinavano i loro pesanti reperti da una
località all'altra. La sera entravano nella vasca da bagno
e si strofinavano schiena e braccia, si toglievano montagne
di polvere dai capelli con lo shampoo. E quando
avevano entrambi la pelle arrossata, andavano a letto e
facevano l'amore.
Poco dopo il loro ritorno dall'Italia a Greer venne un
brutto torcicollo e l'ortopedico le disse di limitare il lavoro
al microscopio a cinque ore al giorno.
«Ti procureremo una bella brandina, così quando ti
viene il crampo potrai coricarti» le disse Thomas una
sera a letto. Si erano appena trasferiti in un appartamento
di Madison's West Side, al confine con l'arboreto
dell'università. Le stava massaggiando il collo. «E uno
di quei cuscini speciali per il collo.»
«Perché non affidiamo semplicemente ad altri un po'
del conteggio? A un altro studente. Così io potrò occuparmi
delle ID sconosciute o aiutare con le analisi.
Adesso viaggi troppo spesso. Sei troppo preso. C'è bisogno
di qualcuno che verifichi i risultati.»
Le mani di Thomas si immobilizzarono. «Senti, non arrabbiarti, Lily...»
«Ahi.»
«Ci aiuterà Bruce con le analisi.»
«Bruce?»
«È un tipo sveglio.»
Greer accese la luce e si voltò a guardarlo. «Anch'io. Perché non lasci che continui lui con i conteggi? Non ha mal di collo.»
«Lily. Non ti sto chiedendo di aggravare il tuo disturbo. Riposati. Sto solo dicendo che con le analisi ci aiuterà Bruce.»
«Perché non io? O Jo? Siamo tutte e due al laboratorio da più tempo di Bruce. Jo più di tutti. Ed è sveglia.»
«Ad Harvard Bruce era il migliore della classe. Senti...»
Thomas sospirò. «Non posso trasferirlo qui a lavorare in un laboratorio sotto mia moglie. O sotto Jo. Mi dispiace, Lily. I miei sentimenti non c'entrano. Non resterebbe e lo sai anche tu.»
«Io non lo so.»
«Lily, ti prego, non fare l'ingenua.»
«Cosa c'entra la correttezza con l'ingenuità?»
Thomas la guardò con aria impotente. «Non è così
che vanno le cose.»
«Un anno, Thomas. È qui soltanto da un anno.»
«Ti prego. Se tieni al progetto e a me devi capire. Inoltre
hai ancora la tua tesi da finire. Non puoi fare bene
contemporaneamente la tesi e le mie analisi.»
«Non posso lavorare alla tesi se passo ottanta ore la
settimana qui al microscopio per aiutarti a contare i pollini
più in fretta di chiunque altro al mondo!» Si sentiva
avvampare per la rabbia.
«Non ti ho mai chiesto di trascurare il tuo lavoro.»
«Ma come credevi che sarebbe andata? Quando esattamente
pensi che potrei lavorare alla mia ricerca?»
«Sai cosa penso della tua competenza. Non saresti nel
mio laboratorio, se non ti ritenessi capace.»
«Capace?»
«Lily.»
Lei spense la luce.
«Lily» Le toccò la spalla con la mano. «Ti prego.»
«Bruce? Mi dispiace, Thomas. Faccio proprio fatica a crederlo.»
«Non pensare a Bruce. Concentrati sulla tua tesi. Sul tuo lavoro. Pensa alla tua carriera. Farai una carriera magnifica, Lil. Le analisi non rappresentano niente al confronto.»
Forse non era importante. Dopotutto a Greer la fama non interessava. Le luci della ribalta non l'attiravano.
Thomas non pareva più lusingato dalle attenzioni, che invece erano diventate un fardello, un motivo di tensione che lentamente lo distoglieva dal lavoro.
Così Greer alla fine si concentrò sulla sua tesi. Passò meno tempo al microscopio e più tempo a leggere di biogeografia, modelli di dispersione, isole e continenti.
Le piacevano i modelli; la natura continuava a manifestare
lo stesso bisogno. La storia non cambiava mai.
Ogni specie era solo una variazione del nome del re, o
del colore dei capelli della principessa. La morale era sempre il movimento, e la vita.
Per la sua dissertazione usò i dati sulla magnolia ricavati
nel laboratorio di Thomas. Come aveva fatto, da
fiore solitario nato chissà dove a diventare presente in
tutti i continenti? Lavorando in un piccolo box di consultazione
della biblioteca studiò numeri, grafici e curve.
La sua ricerca le piaceva, anche se sentiva la mancanza
del cameratismo tipico del laboratorio. Tuttavia
continuare a lavorare sotto la direzione di Bruce le sarebbe
sembrata una resa. Thomas era sempre in viaggio
per tenere le sue conferenze, per preparare il prossimo
saggio. Così era Jo la sua ambasciatrice; si incontravano
in biblioteca un paio di volte la settimana e Jo la teneva
al corrente su come andavano le cose in laboratorio.
«Se mi toccherà ascoltare ancora una metafora sportiva
gli conficcherò in gola un pallone da football.»
«È così grave?»
«Peggio.»
«Mi dispiace, Jo. Mi dispiace di non esserci.»
«Ehi, dispiace di più a me... Al laboratorio c'è bisogno
di te.»
«Io invece ho bisogno di lavorare alla mia tesi.»
Greer non le aveva riferito la sua discussione con
Thomas. Aveva finto che il nuovo ruolo di Bruce fosse
una decisione presa in comune, ma non sapeva se l'aveva
fatto per lealtà nei confronti di Thomas o per salvare
la faccia. A giudicare dall'espressione di Jo era chiaro
che sapeva quanto lei fosse insoddisfatta, comunque
stava al gioco.
«E come sta andando l'opera?» chiese Jo.
«Non per impollinare il mio stesso stigma...»
«Oh, Gesù.»
«Sono abbastanza soddisfatta» disse Greer.
«Me la farai leggere?»
«Ti costringerò a farlo.»
«Sono sicura che è brillante.»
«Fiori. Coleotteri. Ce n'è per tutti.»
Jo le strinse leggermente la spalla. «Non vedo l'ora.»
A febbraio Greer aveva completato un primo abbozzo
di cui era molto contenta. Era più che altro teorico,
ma d'altro canto i dati erano stati raccolti nel laboratorio
sotto la guida di Thomas, e lei riteneva importante
prendere le distanze dal suo progetto. Il suo saggio era
ricco di teorie della disseminazione e dell'evoluzione,
di grafici che mettevano in relazione le popolazioni di
fiori con gli impollinatori, il lasso di tempo fra la dispersione
della pianta e la diffusione dell'impollinatore.
Non era un lavoro tradizionale e sapeva che avrebbe
fatto aggrottare le sopracciglia alla sua commissione,
ma era un rischio che era disposta e a correre e impaziente
di affrontare.
Diede una copia a Jo e una a Thomas, che si era già ritirato
dalla commissione. Entrambi dissero che il saggio
era meraviglioso, raccomandando ognuno una serie di
revisioni e correzioni. Alla fine Jo vi si dedicò più di
Thomas, che era occupato a terminare il proprio saggio
e stava lontano anche per periodi di alcune settimane
insieme a Bruce Hodges.
Lei tornò al suo box di consultazione e passò un altro
mese a rivedere il materiale. In marzo Thomas concluse
le revisioni finali del saggio e si offrì - concessione tardiva
- di lasciarglielo leggere prima della pubblicazione.
All'inizio non aveva chiesto il suo aiuto e lei non intendeva
offrirglielo ora. Disse che aveva da fare. Il
matrimonio, aveva deciso, era più importante della collaborazione
professionale.
Fu a maggio che finalmente Greer sottopose la tesi alla
commissione e, dopo alcune settimane di attesa passate
vagando per la casa, decise di distrarsi con un breve
viaggio a Mercer. Non era sicura del motivo per cui
le fosse tornata la voglia di rivedere la sua città natale
proprio in quel momento, dopo sei anni. Lei e Thomas
avevano parlato di visitarla; forse era stanca di rimandare,
di aspettare che lui trovasse una pausa nei suoi
impegni. Tanto per cambiare era in viaggio per presentare
il saggio di prossima pubblicazione, con Bruce
Hodges come coautore. Era una giornata calda e lei attraversò
lentamente la città in macchina, guardando i
nomi familiari sulle cassette della posta: Feyenbacher,
Simpson, Gertz. Quando finalmente infilò la strada che
portava alla vecchia casa dei genitori le sembrò più piccola
di come la ricordava, però con la stessa tonalità di
giallo e lo stesso portico tutto intorno. Parcheggiò la
macchina e bussò alla porta. Comparve una donna, i capelli
in una crocchia allentata, che si asciugò le mani sul
bordo sfilacciato di un grembiule azzurro.
«Lei dev'essere Maria Compton. Sono Lillian Greer.
Sono cresciuta qui.»
«Ah, sì, signorina Greer. La prego, si accomodi. Ho
della limonata, se la gradisce. E una torta nel forno.
Doppio caramello con cioccolata.»
«No, grazie. Mi stavo solo chiedendo se fosse possibile
andare sulla collina dove sono sepolti i miei genitori.
È passato tanto tempo dall'ultima volta.»
«Ma certo, vada pure. Non abbiamo toccato niente.
Le lapidi ci sono ancora e Harold taglia regolarmente
l'erba intorno. La nostra Becky chiede chi sono, perché
le piace sedere su quella collina, e noi le rispondiamo
che era gente perbene.»
Greer sorrise. «Non ci metterò molto.»
«Molto? Sciocchezze. Faccia pure con comodo. Ho
dei fazzolettini, se vuole.»
«No, grazie.» Greer salì la collina e si sdraiò fra le due
semplici lapidi a fissare il cielo nuvoloso. Il terreno sotto
di lei era freddo e umido e le infradiciò la blusa.
Toccò l'erba con le mani, ricordando come anni prima
venisse lì a raccogliere i fiori di campo che portava a casa
nella pettorina della camicia, sperando di trovare sotto
il microscopio qualcosa che le spiegasse dov'era andata
a finire sua madre. Si chiedeva se fosse poi così diverso
da quello che stava facendo ora, giacere vicino alle
loro tombe perché credeva, o voleva credere, che la
vita fosse in qualche modo legata alla materia, che lo
spirito albergasse nella terra.
Sentì un ragno spostarsi piano sopra la sua caviglia,
si mise seduta per permettergli di arrivarle nella mano
in modo da poterlo esaminare con attenzione. Ricordò i
versi di Whitman.
Credo che una foglia d'erba non sia meno di un giorno
di lavoro delle stelle
e ugualmente è perfetta la formica, e un grano di sabbia,
e l'uovo dello scricciolo,
e una raganella è un capolavoro dei più alti...
Anche il ragno, pensò, era ugualmente perfetto. L'insetto
camminò aggirando la penisola di ogni dito fino a
quando lei lo depose di nuovo delicatamente nell'erba.
Ma Greer temeva di perdere la fiducia nel "lavoro delle
stelle", e che la natura stesse ormai diventando una
macchia sul vetrino dentro una stanza sterilizzata. Indagare
per produrre risposte pubblicabili, era quello lo scopo
che aveva riempito i suoi giorni negli ultimi sei anni.
Adesso la scienza l'appassionava di meno? O semplicemente
sentiva la stanchezza d'essere arrivata in fondo alla
tesi, a tanti anni di lavoro ufficialmente conclusi? Si
alzò, si ripulì la schiena e discese la collina.
«Grazie» gridò a Maria Compton che stava uscendo sul portico con una torta in mano.
«Doppio caramello!» intonò lei. «Cioè caramello più caramello.»
«Voglio tornare prima che faccia buio.» Greer aveva
un sacco di tempo, ma la vista della casa la deprimeva. I ricordi sembravano irraggiungibili.
«Domani ho una riunione importante» disse.
«Be', passi pure quando vuole. Mi ha sentito? Quando vuole. Terremo le lapidi pulite.»
«Grazie» rispose, e si avviò lungo la strada in terra battuta che una volta le sembrava la più lunga del mondo.
L'indomani Greer si svegliò presto e si vestì per l'incontro con la commissione. Per l'occasione aveva comperato un tailleur nero e guardandosi allo specchio si trovò incredibilmente professionale. Si fissò i capelli con due pettinini di tartaruga e si mise del rossetto. Preparò il caffè, una ciotola di cereali e aprì la busta sigillata lasciata da Thomas.
Ricorda. Nessuna paura, amore mio. Farai un figurone. Mi manchi. Torno presto.
Tuo marito.
Greer era delusa che lui non ci fosse; quel giorno rappresentava l'apogeo di tutto il suo lavoro al laboratorio.
Però si rendeva conto che Thomas non poteva rinunciare a una conferenza, o perlomeno così credeva.
Mentre si avviava piano piano verso la Birge Hall,
Greer ripassò mentalmente i dettagli della tesi. Avrebbero
potuto chiederle qualsiasi cosa, cercare di farla
sbagliare su un dettaglio minimo, anche se aveva la sensazione
che sarebbero stati meno aggressivi del solito.
Dopotutto aveva preso parte alle loro festicciole, aveva
aiutato le loro mogli a sparecchiare la tavola, era rimasta
seduta con loro fino a tarda sera sorseggiando porto
e brandy al suono della musica di Bach. Sarebbe stato
difficile per loro attaccarla, e per qualche strana ragione
la cosa la deludeva. Sapeva di essere brava nel suo lavoro
e una vivace discussione non le sarebbe dispiaciuta.
Era una splendida giornata primaverile - una fila disordinata
di cirri copriva il sole luminoso a brevi intervalli
- e Greer si ripromise di fare una lunga passeggiata,
dopo la riunione, per godersi quel rito di passaggio.
Più tardi avrebbe incontrato Jo per festeggiare, pensava
che avrebbero potuto cenare all'aperto in State Street.
Arrivò nell'aula universitaria - la stessa dove anni prima
aveva seguito il corso di Thomas - e si sedette in prima
fila. Ci fu un certo trambusto fra i cinque membri della
commissione mentre aprivano le cartelle e le pratiche,
poi il professor Jenks, che Greer aveva visto l'ultima volta
alla festa di compleanno di Thomas, la chiamò. Lei salì
sul podio con la sua cartelletta.
«Signora Farraday» iniziò il professor Jenks. Aveva
un'aria stranamente stanca e scapigliata, quasi irritata. Il
papillon verde che portava sempre e per il quale andava
famoso sembrava essere stato annodato frettolosamente.
Per un momento Greer fu tentata di chiedergli se stesse
bene, ma pensò che così facendo avrebbe compromesso il
decoro della riunione. A sua moglie era stato da poco diagnosticato
un cancro e la cosa sembrava aver minato anche
lui. Si sentivano in giro un po' di lamentele perché si
diceva che stesse trascurando le sue responsabilità di presidente.
In effetti erano mesi che non incontrava Greer
per parlare del suo saggio.
«Buongiorno, professor Jenks.» Tentò di mettere una
gentilezza di tipo professionale nel tono.
«Sì, sì. Si accomodi, signora Farraday.» Il professor
Jenks si alzò. «Naturalmente lei ha messo la commissione
in una posizione molto imbarazzante. E prima di
procedere vorremmo dirle che naturalmente le sarà
concesso di presentare una nuova relazione. E nostra
intenzione fare in modo che nessuna notizia di questo
episodio esca da quest'aula.» Si affrettò a tornare alla
sua sedia. «È tutto. Prenda il tempo che le serve.»
«Non capisco.»
«La prego, signora Farraday. È imbarazzante per tutti noi.»
«Per me, soprattutto. Che cosa, mi perdoni il linguaggio, diavolo sta succedendo?»
Il professor Jenks si prese la testa fra le mani. «Abbiamo letto il saggio di Thomas. Pensava forse che non lo avremmo fatto?» Alzò lo sguardo e si passò le mani nei capelli. «Comunque non è questo il punto. Ormai è fatta. Fatta. E non c'è bisogno che ne riparliamo. Di nuovo, signora Farraday, lasci che la rassicuri, ha la nostra parola che niente di tutto ciò uscirà da quest'aula. Non gioverebbe a nessuno di noi, né come singoli né, quanto a questo, alla reputazione dell'istituto. Sappiamo che ha lavorato duramente, al laboratorio. È un lavoro faticoso. Un lavoro ingrato. Che può sfinire una persona. Offuscarne la capacità di giudizio. Non la stiamo accusando di niente, mi capisce?»
Greer cercava freneticamente di raccapezzarsi tra le informazioni che stava ricevendo: il saggio di Thomas, la sua tesi, nessuna accusa...
«Ma certo» riuscì a dire alla fine, poi chiuse la sua cartella. «Devo rivedere alcuni materiali.» Raccolse la sua borsa, le penne e le graffette che si spargevano dappertutto mentre si metteva la borsa a tracolla e si affrettò a uscire dalla stanza. Fuori, con la porta ben chiusa alle sue spalle, fece un profondo respiro e ascoltò lo strano silenzio del corridoio. Si avviò con passo svelto verso la biblioteca, inciampando nei tacchi, e davanti agli scaffali dei periodici si mise a correre. Si tolse la giacca e la lasciò cadere a terra. L'uomo al banco gridò: «Signora, si sente bene?».
Seguì gli scaffali finché non la trovò: "Nature". Primavera 1967, vol. 3. Nell'indice trovò il titolo: "A Preliminary Study in the Evolution of the Magnolia Flower" di Thomas Farraday, Ph.D., e Bruce Hodges.
Sfogliò le prime pagine, dove venivano descritte le tecniche di raccolta dei campioni, località, dati - tutto normale - e, alla fine, vide che c'era un supplemento: "La disseminazione della magnolia. Una teoria matematica".
Lesse fino all'ultima parola. Erano gli stessi dati usati da lei, la stessa analisi, e la stessa equazione che lei aveva presentato alla commissione. Era la sua equazione.
Greer chiuse la rivista e la rimise sullo scaffale.
Cominciò ad avviarsi, abbandonando la giacca.
L'uomo al banco gridò: «Signora, vuole dell'acqua? Una sedia?». Senza dire nulla lei spalancò la pesante porta di vetro della biblioteca e sentì l'aria calda che la colpiva ai polmoni.
...
.
...
CAPITOLO 16.
...
.
...
Von Spee deve aver sentito tutto il peso della situazione in cui si trovava. Le scorte di munizioni e carbone scarseggiavano; il viaggio attraverso il Pacifico era stato lungo e solitario. Le tetre parole del Kaiser avevano cominciato a perseguitarlo? "Non deve mostrare nemmeno un momento di debolezza." Come era possibile, nella consapevolezza che si approssimava la catastrofe?
Anche per un uomo noto per l'incrollabile sicurezza di sé, per la calma imperturbabile?
Adesso che lo squadrone era al largo della costa del Sudamerica, messaggi e telegrammi ripresero a raggiungerlo attraverso la radio della nave. Nonostante fosse chiaro a tutti che mai la flotta sarebbe riuscita a raggiungere la Germania, Berlino raccomandava: "Tornate in patria". Allo stesso tempo von Spee venne a sapere che Giappone, Francia e Gran Bretagna stavano concentrando tutte le loro forze navali nella ricerca del suo squadrone ("Di conseguenza" avrebbe scritto più tardi Churchill a proposito della caccia a von Spee, "per trovare e distruggere cinque navi da guerra, di cui soltanto due corazzate, fu necessario impiegare quasi trenta navi, di cui ventuno corazzate e nella maggior parte dei casi di potenza di fuoco superiore, senza contare i poderosi squadroni giapponesi e le navi francesi o i mercantili armati"). Ma le informazioni sulla posizione del nemico raggiunsero von Spee soltanto settimane dopo il dispaccio, quando non servivano più a niente.
Mentre lui doppiava la costa del Sudamerica, il nemico, più grande, più potente e invisibile, gli era addosso.
Von Spee sapeva che non avrebbe potuto ricondurre i suoi duemila uomini sani e salvi in patria. È possibile che questo abbia accresciuto la sua disperazione? Una disperazione così grande da indurlo a sbagliare i calcoli, alle isole Falkland, e fargli commettere un errore che alla fine gli sarebbe costato la flotta intera?
Poco prima di partire per le Falkland, a Valparaíso von Spee inviò questo messaggio al suo Kaiser: "Sono senza riparo. Non posso raggiungere la Germania. Non esistono più porti sicuri, per noi. Non mi resta che solcare i mari del mondo cercando di fare più danno possibile, fino a quando le mie munizioni saranno esaurite o un avversario molto più forte riuscirà a trovarmi".
Quando una visitatrice a bordo della nave gli porse un mazzolino di giaggioli rossi, si dice che von Spee li abbia accolti con queste parole: «Grazie, vi ringrazio molto. Saranno perfetti sulla mia tomba».
Flotta sventurata: Grafvon Spee e l'impossibile ritorno a casa.
...
.
...
CAPITOLO 17.
...
.
...
I piccoli semi a forma di cuore arrivano nel mezzo della notte.
All'alba, quando Elsa si avvicina all'acqua per lavarsi
la faccia, li trova: cuoricini neri, bagnati, lucidi, sparsi
come sassolini lungo la battigia. Sono arrivati da un posto
lontano, ne è sicura. Cerca di calcolare quanto possano
essere rimasti in mare. Se dalla terraferma sono tre
settimane di navigazione, andando alla deriva sulla
corrente avranno impiegato almeno due mesi. Due mesi,
sempre che provengano dalla terra più vicina. Potrebbero
essere originari di altri paesi: Argentina, Brasile,
Indonesia. E questo le ricorda, quasi per la prima
volta da un anno, che oltre l'isola esistono altre terre, e
ogni seme le fa l'effetto di una bottiglia con un messaggio
di saluto inviato da lontano. Li raccoglie, li ripulisce
della sabbia strofinandoli sulla gonna e poi li tiene nella
mano. Li userà per fare una collana per il compleanno di Alice.
È ottobre e la temperatura si sta facendo più mite. Faranno
una festa sulla spiaggia, Elsa preparerà il dolce
tradizionale che ha imparato dagli isolani, Te Haha canterà.
Troppi compleanni sono passati senza festeggiamenti.
Natali e Capodanni contrassegnati soltanto da
piccoli sorsi di brandy bevuti dalla scorta quasi terminata.
Ma ora, ha deciso Elsa, torneranno alle tradizioni,
fingeranno, se possibile, che le loro vite stiano procedendo
normalmente. E così le alghe vengono usate come
decorazioni sulle tende. Un pezzo di pizzo bianco
tolto da una vecchia sottoveste di Elsa fa da tovaglia.
Quando sono tutti seduti sulle casse coperte dalle lenzuola,
la noce di cocco che miracolosamente è finita sulla
spiaggia la settimana prima viene aperta, e la polpa
bianca che brilla come ghiaccio viene ammirata da tutte
le angolazioni prima che Alice avvicini la sua fetta alla bocca.
Addenta la polpa, succhia l'interno della noce. «Provala,
Beazley» dice. «Coc-co.»
Edward prende la sua parte, poi si servono Elsa, Barattolo
e Te Haha. Piano piano mangiano la loro fetta di noce bianca. Potrebbero passare mesi prima che ne trovino un'altra.
Elsa prende la collana di cuori che ha tenuto sulle ginocchia
e la porge alla sorella.
«Ventidue cuori, Allie. Per ventidue anni il mio cuore è appartenuto a te.»
Alice tocca la collana. «Fagioli!»
«E per te. Una collana.»
Alice si limita ad appoggiarla vicino ai resti del cocco.
«E questo...» comincia Edward presentando un oggetto
avvolto come una mummia dentro un pezzetto di seta
«è per il compleanno della mia bravissima assistente.»
Alice svolge la stoffa finché trova una piccola figurina di moai.
«Vedi» Edward si protende per toccare la statua, «è
fatta dello stesso tufo vulcanico di cui sono fatti i veri
moai. Preso dalla cava. Le proporzioni sono identiche a quelle del moai che stiamo estraendo.»
«Il mio moai! Il moai di Alice.»
«Sì, cara, è tuo.»
«Edward, che idea magnifica» esclama Elsa. Alice sta
aiutando Edward alla cava. Via via che la fossa alla base
del moai diventa più profonda, Alice scende per accertarsi
che i lavoratori non danneggino la statua. Descrive
a Edward tutti i segni che nota, riproduce ogni petroglifo.
Le è piaciuto lavorare lì, sembra che la sua capacità
di essere felice si sia risvegliata da un lungo sonno.
Il regalo è perfetto, pensa Elsa.
«Moai iti» dice Te Haha. Piccolo moai. Lo esamina,
chiaramente poco impressionato dalla sua fattura.
«Puah.» Dopotutto lui intaglia il legno. È lui l'artista, fra loro.
Alice gli strappa il moai e se lo stringe al petto. «Moai iti» sussurra.
Viene servito il dolce. Te Haha va a sedersi a gambe incrociate
sulla sabbia e canta una delle sue canzoni tutte
gorgheggi. Elsa si rilassa. È grata a Te Haha, suo insegnante
e suo amico. È grata per questa piccola famiglia
che hanno formato. Barattolo, che negli ultimi mesi è cresciuto
di almeno tre centimetri, siede vicino alla gabbia
del pappagallo. Mentre Alice ondeggia al ritmo della
canzone di Te Haha, abbandonandosi alla musica, con timore
il ragazzino la guarda ritrarsi dentro se stessa.
Elsa prende la collana dal tavolo e accarezza i cuori.
Quei fagioli e la noce di cocco finiti sulla spiaggia la
spingono a chiedersi se le tavolette non siano state ricavate
da legname che ha galleggiato fin lì. Dove potevano
aver preso il legno, se non c'erano alberi?
«Elsa.» Alice la sta guardando. «È la mia collana.»
«Sì, Allie. Vuoi indossarla?»
«Sì.»
Alice si protende ed Elsa gliela chiude intorno al collo.
«La mia collana» dice la ragazza socchiudendo gli occhi.
«Mia.»
Qualche sera dopo stanno cenando sulla spiaggia. A occidente il cielo è color giallo primula, le nuvole sembrano perle che si sciolgono nel tramonto. Il profumo del fumo, delle patate dolci e del montone arrosto riempiono l'aria.
«Stavo pensando» dice Elsa spostando un mucchio di foglie di banano fumanti dal forno «di andare a far visita alla colonia di lebbrosi.»
«Sono anziani?» Edward è seduto su una cassa intento a sfogliare gli appunti. Scava otto ore al giorno; la sera è esausto e parla soltanto a monosillabi.
«Se le voci corrispondono al vero, ci sono almeno tre persone abbastanza vecchie da ricordare gli schiavisti peruviani.» Elsa infilza la patata dolce e l'appoggia su un piatto di metallo. «Secondo Te Haha c'è un uomo capace di scrivere il rongorongo.»
«I lebbrosi sanno scrivere?»
«Meglio verificare, non credi? Non posso rinunciare
alla possibilità di incontrare l'unico superstite in grado
di leggere quella scrittura.» Dopo tutte le sue interviste,
le dettagliate registrazioni del folklore, Elsa sente di essere
in procinto di giungere a una decifrazione almeno
parziale delle tavolette. «Vista l'età di alcune di queste
persone rimandare non sarebbe saggio.»
«Sì. Dici bene cara. Va' senz'altro.»
Alice è seduta sulla sabbia accanto alla cassa di
Edward. «Bene cara. Va' senz'altro» ripete.
Edward le accarezza la testa e lei fa una smorfia. Seduto
davanti alla tenda di Alice, Barattolo tira calci alla
sabbia che finisce dentro il forno di Elsa.
«Smettila subito, Barattolo» dice Alice. «Si sta comportando
male, vedete? Barattolo fa soltanto il cattivo.
Va' a giocare con Pudding.»
Al ragazzo dispiace che Alice si dedichi ad altro. A
lui non è permesso avvicinarsi agli scavi e gli è stato ordinato
di sorvegliare Pudding. «Barattolo è soltanto un
bambino» ha detto Alice, «l'archeologia è per i professionisti.
Soltanto le persone adulte sono professionisti.»
Questo lascia il ragazzo ad annoiarsi e, pensa Elsa, anche
ad arrabbiarsi; infatti adesso si rifiuta di fare le danze
notturne anche se lo pregano. Ma come una sentinella
ostinata rimane con loro al campo, seduto con le
spalle curve accanto a una tenda o a una roccia, masticando
un biscotto o una banana. A volte srotola il ritratto
che gli ha fatto Alice e glielo mostra, come per ricordarle
l'affetto che un tempo provava per lui. Elsa è
dispiaciuta per il ragazzo, che le sembra avere il cuore a
pezzi. «Forse» dice rivolgendosi a lui, «Barattolo vorrebbe venire con me.»
«Bene» risponde Edward senza alzare gli occhi. Lo dice in tono neutro, e la sua mancanza di preoccupazione - la lebbra è una malattia contagiosa, dopotutto - lascia Elsa di stucco. Sa che lui si fida della sua capacità di giudizio nel rischiare una visita alla colonia, ma del bambino non si preoccupa?
«Edward, stai bene?»
«Sì, Elsa, bene.»
Evidentemente gli scavi gli prosciugano le forze. Forse è troppo vecchio per un lavoro simile, per scavare ogni giorno sotto il sole cocente. Quando ha cominciato, in inverno, l'aria era fresca e i giorni corti. Ora l'umidità avvolge l'isola come una coperta. Tuttavia lui non si lamenta e non ammetterebbe mai la possibilità che il lavoro sia troppo faticoso. Ha rinunciato a pretendere indietro dagli indigeni gli oggetti finiti ad Hanga Roa.
Sono scomparsi un paio dei suoi stivali e un altro dei volumi di Darwin di Elsa, ma lui si è limitato a dire: «Il ciclo è infinito, Elsa. Potremmo passare tutto il nostro tempo alla ricerca delle cose perdute. Concentriamo invece gli sforzi sullo studio».
«D'accordo, allora» dice Elsa porgendo i piatti a Edward, ad Alice e Barattolo.
«Prenderai le precauzioni necessarie?»
«Naturalmente.»
«Niente contatti fisici. Nessun contatto con oggetti toccati dai malati.»
«Staremo attenti» risponde Elsa. «Barattolo sarà il
mio assistente, per cambiare. Non gli permetterò di avvicinarsi.»
«Il tuo assistente» borbotta Alice. Però nel suo tono c'è una sfumatura aspra. Una cattiveria nuova che sembra rabbia trattenuta, uno scatto soffocato. È forse arrabbiata con il povero piccolo Barattolo?
All'alba si avviano lungo la costa meridionale con i pony. Elsa ha salutato con un bacio mattutino Edward e Alice promettendo di tornare per l'ora di cena. È la prima volta che si allontana da sola con il ragazzo e lo osserva ondeggiare sulla sella, le gambe nude lungo i fianchi dell'animale, le mani strette intorno alle redini. È molto cambiato dal primo giorno in cui li seguì da Hanga Roa; il collo, sempre troppo sottile per la sua testa, dopo l'ultima rapida  crescita sembra quello di una giraffa, le spalle sono diventate più aguzze, come se le ossa crescessero troppo in fretta per la pelle, e gli occhi adesso hanno un'espressione solenne, qualcosa che assomiglia, secondo Elsa, alla saggezza. E un bambino allegro, ma sotto la sua allegria c'è una grande serietà. È un osservatore, un piccolo e silenzioso testimone dell'inesplicabile. La colpisce che pur vedendolo tutti i giorni, le sia sfuggito un simile cambiamento. Ormai deve avere circa undici anni.
In rapa nui dice: «Sei un buon amico, poki». Poki vuol dire "bambino".
Lui ride. Barattolo sembra insolitamente energico oggi.
Tiene in equilibrio tra le gambe la kohau lunga più di mezzo metro ed Elsa continua a girare la testa per assicurarsi che non la faccia cadere. La cosa sembra divertirlo moltissimo.
«Dovrai aspettare fuori, lo sai» dice Elsa. «La gente
che andiamo a trovare ha una malattia contagiosa, aau,
lo sai, mamae e? Papaku. E non ti devi avvicinare. È per
questo che li fanno vivere lontani dagli altri. Capisci?
Non toccare nessuno e niente, altrimenti ti butterò in un
secchio di borace. Beha! E!» Scuote la testa e tira fuori la
lingua come un essere demoniaco.
Il ragazzo sorride, come fa sempre quando gli si rivolge
la parola. Elsa sospetta che capisca quasi tutto
quello che gli si dice, soprattutto se viene sgridato, ma
per qualche misteriosa ragione non vuole parlare. Come
se in lui ci fosse un'intelligenza che non vuole perdere
tempo con l'inessenzialità delle parole.
Appena superata Hanga Roa tagliano per l'interno
seguendo un sentiero con l'erba alta. Nessuno va in visita alla
colonia. In cima alla collina c'è un gruppo di piccole capanne.
Regna un silenzio assoluto. Elsa si guarda intorno
in cerca di una roccia o di un pezzo di legno a cui legare i
pony, ma Barattolo è già smontato e sta portando il suo
verso un paletto di metallo poco distante. Elsa lo segue.
Mentre lega la corda e pulisce la kohau dalla sabbia soffiandoci
sopra, sente i passi rapidi di Barattolo che corrono.
«Poki! Ka Noho!»
Il ragazzo si gira a guardarla con un sorriso eccitato e innocente ed Elsa lo rincorre, ma non fa in tempo a raggiungerlo prima che lui getti una pietra dentro una delle capanne.
Elsa cerca di farlo allontanare.
«He aha koe, poki! Devi ascoltare quello che dico!»
Il ragazzo continua a sorridere e si libera dalla sua presa, infila due dita in bocca producendo un fischio breve e acuto.
«Poki!»
Elsa sta per trascinarlo via quando una voce di donna chiama: «Luka?».
È una donna ossuta con una giacca maschile e un feltro
in testa quella che emerge dalla soglia buia. Fissa il
ragazzino con gli occhi piccoli e pungenti. Dietro di lei
compare un uomo con una massa incolta di capelli neri
e avvolto in una spessa coperta di lana. Zoppica per
raggiungere la donna. Insieme si fermano davanti alla
capanna sorridendo, vicini. Poi entrambi alzano il braccio
esterno in un semicerchio facendo toccare i polpastrelli
delle dita e allora Barattolo, a parecchi metri di
distanza, comincia a girare su se stesso come un matto,
è un tornado di eccitazione e mentre lui continua a vorticare,
la coppia chiude gli occhi e stringe il cerchio con
le braccia tremanti, rapiti dall'abbraccio dell'amato figlio
invisibile, Barattolo, che da lontano rotea freneticamente
nell'amore del loro abbraccio immaginario.
È chiaro, pensa Elsa. Certo.
Maria e Ngaara Tepano conoscono l'uomo dei rongorongo
e le indicano dove si trova la sua capanna, proprio
in fondo alla colonia. L'accompagnano da quest'uomo,
Kasimiro, si chiama, ed Elsa li segue con Barattolo ad
alcuni metri di distanza. Sembra che il ragazzo voglia
far credere ai genitori di aver portato lui questa nuova
amica a incontrare tutti. La indica, annuisce in segno di
approvazione. Si fa bello della sua presenza.
Elsa lo guarda: ha le guance arrossate, gli occhi luminosi.
Una strana gelosia si impossessa di lei quando si
rende conto che il bambino appartiene ad altri, che il
suo desiderio è stato sempre di essere qui, non all'accampamento,
e cerca di interpretare la parte dell'insegnante
compiacente: «Poki... riva riva» grida ai genitori.
«Intelligente. Divertente. Un grande aiuto per noi nello
studio.» La coppia si volta e sorride radiosa. Quando
arrivano alla baracca di Kasimiro le fanno cenno di
aspettare fuori. Un momento dopo Maria ritorna.
«Hai del tabacco?» domanda in rapa nui.
«Non con me» risponde Elsa, irritata con se stessa per
aver dimenticato il sistema indigeno dei doni. Quest'uomo
potrebbe conoscere la chiave d'accesso a tutte le tavolette,
meglio agire con cautela. «Però posso procurarlo.
Potrei portarlo un altro giorno.»
Maria scompare nella capanna e quando riemerge
guida Kasimiro aiutata da Ngaara. Una delle gambe di
Kasimiro è più sottile dell'altra e penzola senza vita dal
corpo. Maria prende la coperta di lana di Ngaara e la sistema
sull'erba. Kasimiro, con un braccio intorno al collo di Ngaara, lascia cadere la sua gamba offesa sulla coperta
poi vi sistema l'altra gamba. Ha la pelle scura e
cascante. Ciuffi di capelli grigi spuntano dal cranio. Alza
gli occhi per guardare Elsa e vede la tavoletta che Barattolo
stringe tra le braccia.
«Ahh! Rongorongo. Chiaro, chiaro. Vuoi leggerlo. Non
è un problema. Però conosco storie, sai. Buone storie.»
Si esibisce in una strizzata d'occhi teatrale. «Ho avuto
due mogli che hanno cercato di uccidermi!» I Tepano
scuotono la testa. È chiaro che hanno sentito questa storia
molte volte. Si siedono a gambe incrociate ai due lati
di Kasimiro appoggiando le palme delle mani per terra.
Eseguono tutti i movimenti all'unisono, con simmetria,
come se vivere insieme per così tanto tempo in reclusione
li avesse fusi in un essere solo.
Kasimiro continua. «All'inizio hanno cercato di farmi
fuori una alla volta, dopo hanno provato insieme. Ma io
sono stato più furbo!»
Elsa indugia a qualche metro di distanza, ben oltre il
bordo della coperta. Non sa come gestire la situazione.
Se gli consegna la tavoletta da tradurre, poi non potrà
più toccarla. E se lui la potesse tradurre veramente?
Non può permettersi di sacrificare una kohau a un ciarlatano.
Potrebbe forse tenergliela sospesa davanti?
Kasimiro la guarda. «Niente storie?» Prima che lei
abbia il tempo di rispondere alza le mani per aria.
«Ahh! Bene! Luka terrà la kohau qui, tu mi darai carta e
penna per scrivere e starai lì in piedi dietro di me e farai
la tua copia di quello che io scrivo. Va bene? Bene. Sta'
molto attenta a non toccarmi.»
«Io...» Elsa arrossisce.
«Màtake» dice Kasimiro, «riva riva», aver paura è giusto.
E le fa un grande sorriso sbilenco.
Lei fa cenno a Barattolo di tenere sollevata la kohau.
Prende dalla borsa alcuni fogli di carta e li fa scivolare
verso Kasimiro, poi gli dà una penna e, spingendola
lentamente e con estrema attenzione, una bottiglia di
inchiostro. Quando lui allunga la mano per prenderla
Elsa vede che ha le dita contorte e accartocciate. Sobbalza,
ma non c'è niente nei suoi movimenti che sembri inquietarlo
o sorprenderlo.
«Kasimiro, da quanto tempo sei qua?»
«Dieci anni. Dieci anni con questi matti.» Indica i
Tepano che ridono. Quando comincia a scrivere Elsa allunga
il collo sforzandosi di leggere. Una decina di persone
si sono avvicinate dalle capanne. Sistemano le
coperte sul terreno per guardare. Hanno le gambe
coperte di vesciche; dietro una massa aggrovigliata di capelli
castani si vede che una donna ha perso il naso.
Elsa comincia a scrivere. Kasimiro scarabocchia e lei
scarabocchia. He ngae-ngae te tumu i te tokerau: gli alberi
ondeggiano al vento. Dopo alcuni minuti lui dice a Barattolo:
«Harui» e il ragazzo capovolge la tavoletta. Kasimiro
riprende a scrivere. E ai no a te tumu toe: ci sono ancora
alberi? Passati pochi minuti ripete il comando harui,
e ricade nella trance della scrittura. Ko ngaro'a ana e au e
tu'u ro mai te pahi: ho sentito che arriverà una barca.
All'improvviso dai recessi della memoria di Elsa
spunta una parola: bustrofedica, così si chiama una
scrittura che cambia direzione a ogni riga: da sinistra a
destra e da destra a sinistra. Forse il rongorongo è bustrofedico?
Kasimiro continua freneticamente, fermandosi solo
per guardare la tavoletta, o per soffocare una tosse ostinata.
È il primo isolano a suggerire un metodo di lettura
della kohau. In meno di un'ora lei ha una copia della sua
traduzione. Ma la gioia è smorzata dal suo bisogno di
verificarne l'autenticità.
«Kasimiro, mi chiedevo se non potresti farmi un dizionario.
Da una parte i segni in rongorongo e dall'altra
la parola rapa nui.»
Lui la guarda stancamente. È mezzogiorno, il sole è
caldo. Con le dita deformate si gratta il mento. «Non ti
basta? Non ti va bene?»
«Abbiamo decine di kohau» dice Elsa. «Troppe per
portarle tutte qua.»
«Agh» sibila lui. «Devi portarle qui una a una a Kasimiro.
Ci sediamo per ognuna. Sì. Tutti insieme con la
nostra amica inglese.» Sorride e con un braccio indica i
vicini. «Berremo il tè! Sì! E tabacco!»
«Forse posso portare qualche altra kohau. Comunque
sarebbe meglio avere una specie di chiave di traduzione.»
Sembra poco saggio rischiare le traduzioni puntando
sulla salute di Kasimiro. Comunque promette che tornerà
a visitarlo presto, perché ha visto lo sguardo di
supplica nei suoi occhi. «Certo che tornerò. Anche soltanto per salutare.»
Ma il sospetto gli indurisce lo sguardo. «Ti farò una chiave, ma non oggi. Troppo caldo. Torna domani. Cominciamo domani.»
«Molto bene» dice Elsa. Che cosa può fare? «Domani.»
Barattolo, ospite costretto alla pantomima di questo
insolito raduno, si esibisce in grandi gesti di saluto da
lontano. Tornano lungo la costa a un rapido trotto, Elsa è
soddisfatta delle sue scoperte. Finalmente ha una traduzione,
un breve capitolo della storia dell'isola. La storia
della terra, di alberi, uccelli e fiori. He ngae-ngae te tumu i
te tokerau: gli alberi ondeggiano al vento. Hotu Matua
aveva effettivamente trovato l'isola lussureggiante del
sogno di Hau Maka, ma poi i moai avevano mosso guerra
contro la terra... è una sorta di enigma. E altri ne verranno.
Le altre kohau devono raccontare altre storie perché le
combinazioni di glifi sono diverse. Domani comincerà a
creare la sua chiave e poi potrà decifrare il rongorongo, basterà
questo a portare la loro spedizione sulla prima pagina
dello "Spectator". Sarà sufficiente per scrivere un libro?
No. Respinge il pensiero. C'è troppo lavoro da fare.
Troppe verifiche. Tuttavia vuole perlomeno mettere al
corrente Edward delle buone notizie. Saranno alla cava.
Lei e Barattolo tagliano verso Rano Raraku. Il sole, allo zenit, è violento. Sono settimane che Elsa non va a
trovarlo agli scavi, tanto tempo da quando si è concessa
l'ultima volta di sedere tra i moai immaginando il loro
passato. Ora, con questo brandello di traduzione, comincia
a conoscerli meglio. Sospetta la storia della loro
creazione, di come sono stati trasportati, forse della loro
fine. Non vede l'ora di raccontare a Edward come sono
stati sciocchi a chiedersi come abbiano fatto le statue a
essere trasportate senza legname. La risposta era nelle
tavolette: sull'isola esistevano alberi.
Avvicinandosi alla base della cava Elsa sente Alice strillare.
«La tua amica ha una giornata difficile» scherza Elsa
con Barattolo mentre si fermano. Ma l'espressione del
ragazzo, quando guarda verso il bordo del cratere, è grave.
Elsa indica con un gesto una roccia dove possono legare
i pony. Quando cominciano ad arrampicarsi, avanzando
nel labirinto di moai, Barattolo sembra esitare ed
Elsa sente Edward lanciare un grido acuto, qualcosa come
la parola no. Raccogliendo il lembo della gonna comincia
a correre. L'erba alta le graffia le gambe, i piedi
fanno rotolare i sassi e quando raggiunge la sommità
viene quasi buttata a terra da Alice che sta correndo. Elsa
ritrova l'equilibrio e vede Edward, in basso, con le braccia
appoggiate a un moai, ansimante per la stanchezza.
«Ti sei fatto male?»
«Sto bene» dice lui. «Benissimo.»
«Sembri sconvolto! Hai corso? Siediti, Edward. Dovresti
stare all'ombra, a quest'ora del giorno, lo sai. Non
puoi comportarti così, non puoi affaticarti in questo modo.
È ridicolo. Ho un po' di acqua fresca sul cavallo.»
«Sto bene» ripete lui, trattenendo il respiro.
Adesso Elsa nota l'immobilità della cava. «Dove sono
gli operai? Ti prego di non dirmi che stavi scavando da solo.»
«Sono tornati ad Hanga Roa presto» risponde Edward
guardandosi intorno. Lo sguardo gli cade su Alice, accovacciata
sul bordo del cratere. «Ti prego» le grida.
«Alice non dovrebbe correre in giro a quest'ora, le
verrà un colpo di calore. Lo sai. Alice cara, vieni a sedere qua.»
Ma Alice fa dondolare la testa con le spalle tese, e arrossisce violentemente.
«Allie?»
Allora si alza e comincia a camminare lungo il lato
esterno del cratere, trascinando i piedi, mormorando
brandelli di frasi, come petali che portati dal vento arrivano
fino a Elsa. Beazley... io aiuto... oh, no, troppo sola per Alice...
«Che cosa mai l'ha turbata in quel modo?» chiede Elsa.
«Come faccio a saperlo? Forse l'hai spaventata tu.
Hai detto che ci saremmo incontrati al...»
«Perché sta scappando via? Allie! E cosa diavolo hai,
Edward? Perché mi guardi così? Ali-ice!» Elsa è in piedi
sull'orlo del cratere e guarda la sorella che, quasi in fondo
alla collina, è arrivata fino al paletto di metallo dov'è
legato il suo pony. «Vado a prenderla.»
«Sei impazzita, Elsa?» chiede lui, paonazzo e bellicoso.
«Per l'amor del cielo, sei appena arrivata da una colonia di lebbrosi. Vai a disinfettarti!» C'è qualcosa di violento nel suo tono. «Vai!» ripete, e poi anche lui parte correndo giù per la collina, senza voltarsi, per raggiungere Alice.
...
.
...
CAPITOLO 18.
...
.
...
Nel maggio del 1968 Thomas e Greer chiusero l'appartamento
di Madison, salutarono amici e colleghi e si trasferirono
in Massachusetts. Harvard aveva assegnato a
Thomas la cattedra Asa Grey del dipartimento di biologia.
Ma lui ci teneva a ripetere la lezione introduttiva
che faceva nel Wisconsin, sempre uguale, fermamente
convinto di essere il solo capace di liberare gli studenti
da ogni idea residua di romanticismo scientifico. La seconda
settimana del corso tagliava ancora una sezione
di fico strangolatore e teneva sempre il discorsetto che
ormai Greer era in grado di declamare anche dormendo.
(La natura non è sempre bella...) Adesso il Progetto
Magnolia era conosciuto a livello internazionale e Harvard
stava pagando cara la sua celebrità scientifica. Lui
e Greer comperarono una casa a due piani a Cambridge,
da dove potevano raggiungere a piedi il laboratorio,
e una casa a Marblehead, dove passavano i fine settimana,
le feste e le vacanze, quando era possibile. Ma le vacanze
erano rare. Poiché il lavoro faceva troppo parte
della loro vita, installarono un laboratorio di ripiego nel
seminterrato della casa, dotato di frigorifero, centrifuga,
microscopio e acidi. Greer, che aveva soltanto l'incarico
di assistente della ricerca, scoprì di poter svolgere la
maggior parte del suo lavoro in quel laboratorio improvvisato.
Lo preferiva alle aule fredde dell'università
e al continuo brusio che circondava il nuovo laboratorio
di Thomas. Professor Farraday, mi piacerebbe tanto sapere
della conferenza del '53... che cosa si prova a essere un pioniere
in questo campo? Professore, ricordo di avere letto del suo
lavoro, prima di laurearmi. Non avrei mai immaginato di conoscerla,
tanto meno di lavorare per lei. La celebrità di Thomas
generava un'energia ansiosa, i neolaureati e gli studenti
universitari rivaleggiavano per ottenere la sua
attenzione. Il cameratismo di Madison era svanito, così
quando lui tornava a Cambridge, Greer restava spesso
a lavorare a Marblehead.
Jo era stata nominata assistente alla ricerca all'università
del Minnesota. ("Non è Cuba" scrisse, "ma perlomeno
è lontana da Madison"), invece Bruce Hodges si
era trasferito alì'Est con loro, installandosi nel laboratorio
di Thomas come assistente e socio ricercatore. Bruce
era entusiasta di essere tornato ad Harvard, dove si erano
insediati molti dei suoi vecchi amici.
Greer sentiva la mancanza di Jo e a volte il fatto di
non vederla più le dava un senso di abbandono. Al
nuovo dipartimento aveva pochi amici, non c'erano
donne e gli uomini la vedevano soprattutto come un
mezzo per arrivare a Thomas, sperando che mettesse
una buona parola. La sua unica compagna era Constance
McAllister, una laureata in biologia marina incontrata
un giorno nel bagno delle signore. Fecero amicizia al
di fuori dall'ambiente di lavoro, ogni tanto dandosi appuntamento
per una pausa caffè nel salone, lasciandosi
a vicenda bigliettini appiccicati allo specchio del bagno,
- "Se non sei parte della soluzione, sei parte del precipitato"
oppure "Quanti evoluzionisti ci vogliono per avvitare
una lampadina? Uno, ma bisogna aspettare sei
milioni di anni." Constance era di Boston e passava
quasi tutto il tempo libero con la madre e l'eccentrica
zia da cui aveva preso il nome. Oppure spariva per intere
settimane a Whoods Hole, così le occasioni per coltivare
l'amicizia erano rare.
Greer amava lavorare soprattutto a Marblehead, dove
aveva i suoi libri, i suoi pollini, la radio e, quando
tornava da Cambridge, anche Thomas tutto per sé.
Poco prima di lasciare il Wisconsin aveva completato
la sua dissertazione e ottenuto il dottorato. Come promesso,
il dipartimento non aveva dato pubblicità all'episodio
e lei aveva ampliato senza alcuna difficoltà il
campo del suo argomento: la biogeografia floreale dei
territori isolati. Se voleva il dottorato, non aveva scelta.
L'unico problema era Jo, che aveva letto il saggio di
Thomas poche ore dopo la riunione della commissione.
Quando quella sera si erano incontrate per cenare in
State Street, Jo l'aveva fissata sopra la tovaglia a quadretti
rossi, battendo rapidi colpetti sul tavolo con la
forchetta, in attesa che lei parlasse.
«Senti, è giusto che ti permetta di parlare per prima»
disse Jo. «Ma se non dici qualcosa in fretta, sarò costretta
a dirti quello che penso io.»
Greer inspirò a fondo. «Non so che cosa pensare.»
«D'accordo, allora.» Jo depose la forchetta. «Vuoi sapere
che cosa penso io? Mi autorizzi a parlare liberamente?»
«Jo, tu puoi sempre parlare liberamente.»
«Bene, allora, preparati, perché quello che ti devo dire
non ti piacerà. Tu ti rendi conto, vero, che il tuo dolce
vecchio marito, il tuo amatissimo Fico d'india ha usato
il tuo lavoro e lo ha fatto passare per suo su una rivista
a tiratura nazionale? Ha rovinato la tua dissertazione, ti
ha umiliata di fronte a colleghi e professori e per cinque
anni ti ha lasciato fare la parte pesante del lavoro senza
un lamento, mentre lui girava per il paese a recitare la parte dello scienziato famoso.»
Greer appoggiò le mani sul tavolo perché non tremassero.
«Nessuno nella sua posizione fa il lavoro pesante.
Tutti quanti lo affidano agli assistenti di laboratorio.»
Capì di avere un tono difensivo.
«Non tutti hanno te come assistente. Non tutti possono
permettersi di sfruttare un lavoro al tuo livello. Gesù,
Greer, ti prego, dimmi che sei arrabbiata, dimmi che sei
maledettamente furiosa oppure io... be', dovrò schiaffeggiarti.»
Ma c'era del buono nella rabbia di Jo. Via via che il
suo furore cresceva, Greer diventava più calma. «Sono turbata» disse.
«Turbata?» Joe guardò i tavoli vicini, disperata.
«Qualcuno mi procuri dei sali. Tu» disse inarcando le ciglia «hai perso i sensi.»
«Non è semplice come credi. Ci ho riflettuto per ore.
È complicato.»
«Allora sono una scema. Perché non vedo complicazioni, io.»
«Jo, Thomas e io abbiamo lavorato insieme per cinque
anni. Ho raccolto dati per lui, nel suo laboratorio.
Ho usato quei dati per la mia dissertazione, gli stessi
che stava usando lui. Avrei dovuto rendermene conto.»
«I dati non sono la cosa più importante. È l'analisi
che conta. L'equazione. Quella non è una proprietà in condivisione.»
«Lo so. Ma ne parlavamo sempre. Dispersione via acqua.
Soglie di popolazione della magnolia, popolazioni
di coleotteri, lassi di tempo. Tutto.»
«D'accordo, gli parlavi della tua tesi.»
«Solo che è difficile sapere che cosa era mio e cosa era
suo. Aveva delle idee. Io avevo delle idee, ne parlavamo
insieme. Santo cielo, mi ha chiesto di leggere il suo saggio.
Come faccio a sapere chi ha preso cosa e da chi?»
«Te lo stai chiedendo davvero?»
Greer si sentì improvvisamente stanca. Aveva consumato
tutta la sua riserva di argomenti ed era chiaro che
non bastavano a calmare Jo. Ora rimpiangeva che non
fosse stata presente a tutte quelle conversazioni. Avrebbe
capito perché non era facile, per lei, distinguere. Pensò
di chiederle di lasciar perdere, ma sapeva che lo
avrebbe preso come un'ammissione. Alla fine disse: «Sì,
me lo sto chiedendo davvero».
«Mi dispiace, ma mi sembra che tu ti sia impantanata
in una palude di rimozioni.»
«Immagino che dal tuo punto di vista possa sembrare così.»
«Dimentichi che io lavoro in quel laboratorio, che conosco
la ricerca di Thomas e che ho letto la tua dissertazione.
Ti dirò solo questo: tu puoi negare finché vuoi ciò
che è successo, ma io ne sono al corrente e non intendo
restare zitta.»
«Jo, è una faccenda di cui devo occuparmi io.»
«Però non te ne stai occupando.»
«Tu non eri presente. Non hai ascoltato le nostre conversazioni.
So che stai cercando di proteggermi, ma...»
Greer guardò Jo che si protendeva verso di lei, con gli
occhi rossi. Che cosa significava quell'espressione?
Greer non voleva fare una mossa avventata di cui poi si
sarebbe pentita, e del resto Jo non aveva forse sempre
avuto l'aria di aspettarsi un passo falso di Thomas?
Non le era mai piaciuto, si rifiutava di farselo piacere.
«Jo, tu sei prevenuta.»
«Lascia che sia una commissione a decidere. Lascia che sia una commissione di estranei obiettivi a valutare la situazione.»
Al che Greer alzò le mani di scatto facendo cadere il
bicchiere d'acqua. «Quale gruppo di estranei obiettivi?
Il professor Jenks? Non ti è già perfettamente chiaro che
tutti quanti si rifiuterebbero di credere, anche fra un milione
di anni, che Thomas abbia potuto prendere anche
solo un mio segno di punteggiatura?» Lasciò che il bicchiere
restasse rovesciato sul fianco e l'acqua si riversasse
sul tavolo gocciolandole sulle ginocchia. «Nessuno
ha dubitato nemmeno per un momento che fossi stata io
ad aver usato le sue idee.»
«Ciò non significa che tu debba adeguarti. E dubitare
di te stessa. Cristo santo, Greer.» In quel momento comparve
il cameriere, lento e cauto, chiaramente consapevole
che le sue clienti stavano discutendo qualcosa di
importante. Raddrizzò con calma il bicchiere di Greer e
asciugò il tavolo con un grosso straccio. Chiese se avessero
deciso che cosa prendere.
«Lasagne» disse Greer senza alzare lo sguardo.
«Anche per me» aggiunse Jo. «E una bottiglia di vino rosso.»
«Abbiamo del Chianti...»
«Uno qualsiasi» disse Greer. Spiegò il tovagliolo e
tentò di asciugare la gonna. Strofinò la stoffa, lieta di avere
le mani occupate, e cercò di evitare lo sguardo di Jo.
«Sai, stasera avremmo dovuto festeggiare.» La voce di
Jo sembrava lontana, come se giungesse a fatica attraverso
un groviglio di linee telefoniche. «Avremmo dovuto
ordinare champagne. Ti meriti lo champagne, Greer. Il
migliore champagne del mondo. Davvero.» Greer lasciò
cadere il tovagliolo e alzò lo sguardo. Gli occhi di Jo, fissi
sulla tovaglia, erano pieni di lacrime. «Cazzo.»
«No, ti prego.»
«Scusami.» Jo si strofinò gli occhi con il dorso della mano. «Tu proprio non sai quanto tengo a te. Quanto questa cosa mi faccia soffrire.»
«Lo so» disse Greer. E poi, esitante: «Credo di capire quello che provi».
«Ah sì? Ma davvero?»
«Lo so, Jo. Forse l'ho sempre saputo. Ma...»
«Tu ami un uomo che ti ruba la tesi. Mentre io sono qui, pronta a fare qualsiasi cosa per te e... be', che mondo di merda.»
«Non ha commesso un plagio, Jo. Devi capire.» Dirlo le fece bene, la calmò. «Non si tratta di plagio.»
Jo scosse la testa. «Voglio solo sapere che cosa gli dirai al suo ritorno. "Congratulazioni per il tuo saggio, tesoro?"
Già. Congratulazioni» sibilò, «lascia che ti dia un bel bacio appassionato.»
«Jo.»
«Vediamo se posso darti altri cinque anni della mia vita e del mio lavoro perché tu possa vedere il tuo nome scritto su "Nature".» Jo guardava un punto lontano e sembrava parlare fra sé.
«Smettila, Jo. Io non...»
«Perché farò qualsiasi cosa mio marito chiede? Perché sono solo una stupida donnetta.»
«Jo!» Fu quasi un grido. Dai tavoli vicini le persone si voltarono a guardare quelle due donne., tutte in ghingheri per festeggiare, scarmigliate per la rabbia.
Jo si alzò. «Mi dispiace, Greer. In questo momento non posso aiutarti. Me ne vado.»
«Devi fidarti di me.»
«Lo so.»
«Gli parlerò.»
«Bene» disse Jo piegando il tovagliolo in riquadri sempre più piccoli e posandolo ordinatamente sul tavolo.
Raddrizzò la forchetta, rimise il bicchiere d'acqua nella sua posizione iniziale e scostò la sedia. Poi guardò il punto dove prima era seduta e annuì lentamente, come se fosse soddisfatta, o rattristata, dalla facilità con cui era riuscita a cancellare le tracce della propria presenza.
Alla luce azzurra del lampione sembrava più pallida del solito, quasi malata. «Con Castro sarebbe andata meglio.»
Greer non riusciva a guardarla. «A Cuba ci sarei andata
con te.» Erano intese come parole gentili, ma si
rendeva conto che sancivano una fine. «Jo» disse come
chiamando verso una nave lontana all'orizzonte, così lontana che le uscì soltanto un sussurro.
Poi Jo si voltò e si avviò lentamente lungo State Street
e Greer guardò la sua migliore amica scomparire in mezzo a un mare di estranei.
La verità era che Greer non credeva davvero alle parole
che aveva detto a Jo. Non che avesse cercato di
mentire, però aveva sentito il bisogno di recitare la parte
dell'avvocato del diavolo e vedere se poteva risultare
credibile. La riunione della commissione era ancora un
incubo dal quale aspettava di svegliarsi. Rilesse la sua
dissertazione e poi il saggio di Thomas, vagò per il laboratorio
ripetendo le loro conversazioni - troppe per
ricordarle fedelmente - e alla fine giunse a una conclusione:
Thomas non aveva potuto rubare la sua equazione.
Non le avrebbe chiesto di leggere il suo saggio se
avesse avuto qualcosa da nascondere. Si trattava soltanto di una orribile coincidenza.
«Buon Dio, Lily. Non posso credere che Jenks abbia affermato una cosa simile, che abbia insinuato una simile possibilità. Gli telefono immediatamente.»
«Thomas, parlargli non cambierà le cose. Non voglio
che ritiri quello che ha detto. È perfettamente chiaro
quello che pensano Jenks e la commissione intera, anche
se li costringi a ritrattare.»
Lui era tornato dalla sua conferenza a Harvard, aveva
lasciato la valigia in camera da letto e subito aveva
tolto dal frigorifero una bottiglia di champagne. «Per
mia moglie solo il miglior diossido di carbonio spumeggiante
e rifermentato in bottiglia.» Greer gli aveva tolto
la bottiglia dalle mani, si era seduta sul divano e gli aveva
raccontato l'incontro con la commissione.
Thomas camminava avanti e indietro nella stanza.
«Evidentemente non capiscono quello che succede quando
due persone lavorano usando gli stessi dati. C'è un
numero limitato di percorsi che la mente può seguire.»
«È questo che è accaduto?»
«Per l'amor del cielo, Lily, io mi fido di te.»
«C'è questo in discussione?»
«Lo so che non hai usato intenzionalmente il mio lavoro
né quello di chiunque altro. E lo dirò a Jenks.»
«Non è quello che ti ho chiesto.»
Lui smise di camminare. «Che cosa mi hai chiesto?»
«Secondo te, Thomas?» Si era esercitata un migliaio
di volte in questa scena. Sta' calma, si ripeteva, non accusarlo.
Certo lui non le aveva rubato il lavoro, però lei
aveva ugualmente bisogno di una spiegazione. Parlò
con lentezza. «Sai, in effetti tu avevi letto la mia tesi.»
«Cristo, Lily! Non penserai nemmeno per un momento...
Parla con Bruce, guarda i miei appunti! Ci siamo
trastullati con le equazioni per più di un anno, molto
prima che vedessi la tesi.»
«Ottimo» disse Greer. «Parlerò con Bruce. Il problema...»
alzò le mani in aria in un gesto teatrale «è risolto!»
«Lily, non usciamo fuori tema.»
«D'accordo, allora, non usciamo fuori tema.» Si voltò
verso di lui. «Thomas, stavi lavorando alle equazioni di dispersione
prima che ti dicessi a cosa stavo lavorando io?»
«Lily, ma non te lo ricordi? Sono stato io a dirti in che
direzione guardare. Ero e sono tuttora il tuo insegnante,
santo cielo. Il tuo docente. Mi hai scelto tu. Sei venuta
da me, ti serviva una guida, e io ti ho guidata.»
«Non mi serviva una guida, Thomas. Mi sono rivolta
a te non in veste di insegnante o di collega ma come a
un marito, per condividere il mio lavoro con te.»
«Il tuo lavoro?» Le parole erano troppo stridule, troppo
grondanti disprezzo. «Lily io ti voglio bene, lo sai,
ma non diciamo sciocchezze. Il Progetto Magnolia era e
rimane mio. Sono più che felice di averti nel mio laboratorio,
ma certo il lavoro non è in alcun modo tuo.»
Allora perché lei lavorava di più e più a lungo di lui,
di Bruce, in cerca di risultati?
«Non posso crederci.»
«Lily, ti sto dicendo la verità. Ti stimo troppo per non
essere sincero con te. Vuoi che ti assecondi? Vuoi che sia
condiscendente e finga che hai un tuo progetto? Un tuo
laboratorio?»
Greer gli aveva sentito usare quel tono con alcuni colleghi,
nel corso di conferenze, però mai con lei prima
d'ora. Era sbalordita.
«Sono una miserabile candidata al dottorato, Thomas.
Non posso avere un laboratorio.» Greer aveva il
corpo scosso da tremiti di rabbia, e adesso si rendeva
conto fino a che punto volesse la sua approvazione, di
come l'avesse voluta fin dall'inizio. «Però sì, ho un mio
lavoro. O meglio lo avrei, se non avessi perso tutto quel
tempo ad assicurarmi che nessuno al mondo trovasse
una briciola di polline antecedente al tuo.»
«Lily.» Le si avvicinò e le appoggiò una mano sulla
testa.
«Che cosa vuoi?» ribatté lei.
«Lil, ti prego. Ti sei messa in mente che io non sappia
quanto hai lavorato o che non lo apprezzi, e ti sbagli. Ti
sono grato per quello che hai fatto. Ma ciò che più conta,
che è più importante del laboratorio e dei dati, è il
fatto che io ti amo. Sei mia moglie, sei la mia famiglia.
Sei l'unica vita che ho e che abbia mai avuto. Non puoi
dimenticarlo. Sai che cosa significa per me.»
Ecco fatto. Alla fine c'era arrivato. Le parole erano come
un incantesimo, un antico canto che avrebbe sempre
posto fine anche alla sua rabbia più violenta. «Anche tu
sei la mia vita, Thomas. Ed è per questo che non si tratta
soltanto di un incubo professionale.» Si sentì rilassare.
Si erano spinti fino alla rabbia e dopo un lungo viaggio
stavano tornando a casa, alla gentilezza. «Mi fa mancare
il terreno sotto i piedi.»
«Senti... andrà tutto bene.» Le si sedette accanto e la
prese tra le braccia. «Risolveremo la faccenda.» Cominciò
a cullarla. «Andrà tutto bene.»
«Non capisco come tu non ti sia potuto accorgere che
stava succedendo. Hai letto la mia tesi.»
«Era un periodo denso di impegni.»
Forse, pensò Greer, lei stava semplicemente impazzendo.
Si strofinò la faccia e cercò di rievocare i ricordi.
Poteva essere lei la ladra, dopotutto? Possibile che si
fosse lasciata affascinare a tal punto dal lavoro di Thomas,
dalle sue idee, da consentire che permeassero le
proprie?
Si accomodò meglio tra i morbidi cuscini del divano;
le sembrava di poter restare lì per sempre. «Non riesco
a credere che sia successo. Non riesco a credere di dover
percorrere questi corridoi davanti a persone che mi ritengono
colpevole di plagio.» Chiuse gli occhi.
«Be', non devi più percorrere questi corridoi, se non
vuoi.» Lei lo guardò stancamente.
«Mi hanno offerto una cattedra ad Harvard.»
Nell'inverno del 1969, ad Harvard, Thomas decise di
aver raccolto prove sufficienti per annunciare formalmente
una nuova scoperta. Dopo aver esaminato più di
cinquecento pezzetti di scisto, carbone e arenaria provenienti
da tutto il mondo, il più antico polline di angiosperma
restava sempre quello della magnolia cretacea.
L'équipe del laboratorio radunò i dati di sette anni e
Thomas uscì allo scoperto. Le magnolie, affermò, erano
stati i primi fiori in assoluto a comparire sulla terra.
All'incirca in quel periodo, però, diversi scienziati si
unirono alla ricerca della prima angiosperma. Un botanico
dell'università della California e un geologo di
Oxford cominciarono a fare ricerche sulle antiche magnolie,
portando avanti di un passo l'indagine di Thomas.
Accettarono il presupposto che la famiglia delle
magnolie fosse venuta per prima, ma ponevano una
nuova domanda: quale specie di magnolia era stata la
prima, quando era comparsa e dove? Due nomi - Gerald
Beckett Lewis e Jonathan Cartwright - venivano
sempre citati dai media ogniqualvolta si parlava della
scoperta di Thomas. Se pubblicavano la sua foto, accanto
ci mettevano quella degli altri due. Perché era stata
sollevata una domanda tipicamente mediatica: chi dei
tre uomini avrebbe trovato per primo il primo fiore?
Thomas non aveva ancora presentato formalmente il
suo saggio, che già era partita la caccia al campione più
antico di polline di magnolia. Lui aveva sempre sospettato
la possibile esistenza di polline di angiosperma nelle
rocce del primo Cretaceo o forse pre-cretaceo, e adesso
doveva trovarlo. Tutti gli sforzi del laboratorio erano
orientati a questo obiettivo. Per sei mesi il gruppo al
completo esaminò persino le rocce più antiche del Nordamerica,
ma senza successo.
Nel novembre del 1970 la situazione peggiorò: tornato
da un viaggio a Londra, Bruce Hodges li informò di una
voce che stava circolando: Jonathan Cartwright aveva
tra le mani una specie del pre-cretaceo e in primavera
sperava di uscire allo scoperto. Thomas fu preso dal panico,
il laboratorio pure. Assunse altri tre laureati per
analizzare i dati. Ciò che restava dei finanziamenti del
progetto fu speso per mandare i dottori Lars Van Delek e
Preston Brooks in Europa a prelevare campioni di roccia
pre-cretacea.
Nonostante i nuovi ricercatori e il fervore del loro impegno,
l'atmosfera al laboratorio si fece stranamente depressa.
Più erano le persone, più i campioni, e minore
era l'entusiasmo. A Greer sembrava di lavorare alla catena
di montaggio. Ore di pulizia e analisi di ogni campione
per un semplice sì/no: contiene polline di angiosperma?
La risposta, naturalmente, era sempre no. Non
si trovava niente, nessuna ipotesi veniva ridefinita. Si
passava al campione successivo.
Thomas non si fermava più a guardare nel microscopio
di Greer. Le passeggiate nella serra erano un ricordo
del passato. Lei pranzava da sola o con Constance
McAllister, quando lei era nei paraggi, perché Thomas
era troppo assillato per prendersi una pausa di più di
dieci minuti.
Greer cercò di prendere le distanze da quella situazione
tornando al laboratorio di Marblehead e alla sua
ricerca. Che il suo polline fosse antico o il più antico per
lei faceva poca differenza. A lei importava come si spostava,
perché si spostava, come si manifestava, in natura,
la voglia di vivere. E dato che il dipartimento di Harvard
non offriva possibilità di avanzamento di carriera
- le donne non potevano andare oltre il ruolo di assistenti
alla ricerca - Greer si ritenne in diritto di negare
all'università e a Thomas un po' di se stessa.
Giustificò la propria ritirata adducendo le restrizioni
imposte alle donne. Dopotutto non poteva dire a Thomas
che il progetto l'annoiava o che il parossismo e la
frenesia del laboratorio stavano contagiando tutti, lui
incluso.
«Lil, a Mount Wilson e a Palomar alle donne non è ancora
consentito usare i telescopi» le ricordò. «La botanica
è anni avanti rispetto alle altre scienze. Hai tutta l'attrezzatura
che ti serve per lavorare. Se hai bisogno di qualcosa
dimmelo e te lo procurerò. Qualsiasi cosa. Nessuno
chiude le porte alla tua capacità di fare ciò che ami fare.»
La gente avrebbe parlato, lo sapeva. Si sarebbero lamentati
della sua posizione "speciale" al laboratorio, ma
a Greer non importava più. Visto che non sarebbe mai diventata
professore, e nemmeno ricercatore universitario,
perché non godere dei privilegi concessi dal fatto di essere
l'ermetica moglie dell'illustre Thomas Farraday? L'unica
cosa importante era potersi occupare di scienza.
Si stava interessando molto alla biogeografia insulare,
una nuova teoria presentata in una monografia del
1967 da Robert MacArthur ed Edward Wilson. La prefazione
del loro libro riportava quella che a lei sembrava
una verità incontrovertibile:
Per la loro stessa molteplicità, e varietà di forma, misura,
grado di isolamento ed ecologia, le isole forniscono le risposte
necessarie agli "esperimenti" naturali tesi a provare le ipotesi
evolutive.
Nel 1963, al largo della costa dell'Islanda, un'eruzione
vulcanica sottomarina aveva dato origine all'isola di
Surtsey. Dopo che il flusso di lava era cessato, nel '68
una spedizione preliminare si era avventurata, e Greer,
mentre imballava la sua vita nel Wisconsin e la disimballava
nel Massachusetts, aveva cercato avidamente
maggiori informazioni. Alla fine il gruppo di ricercatori
di Surtsey pubblicò un rapporto che documentava la
presenza sull'isola di muschi, licheni e quattro nuove
specie di piante. Ma la flora era ancora giovane, e nella
comunità scientifica correva voce di un'altra spedizione,
alla quale Greer dedicò molta attenzione. Esplorare
un'isola appena nata sarebbe stato ideale. Dopotutto,
Krakatoa era stata di valore inestimabile per i botanici
del diciannovesimo secolo. Ma Surtsey era difficile da
raggiungere e la ricerca dipendeva da un'équipe ufficiale.
Avrebbe dovuto aspettare. Poi un mattino, nell'inserto
del giornale dedicato ai viaggi, vide l'annuncio che
reclamizzava il servizio di collegamento della Lan Chile
con l'isola di Pasqua. Una combinazione perfetta.
«Thomas, che cosa sai dell'isola di Pasqua?»
«Grandi statue» rispose lui distrattamente. Stava rileggendo
una rivista dov'era pubblicato un saggio di
Jonathan Cartwright. Prese un morso di pane tostato,
voltò pagina. «Si suppone che siano state depositate
sull'isola da alieni. Dicono che potrebbe persino essere
il continente perduto di Atlantide. Un focolaio di teorie
scientifiche, come vedi.»
«Adesso è possibile raggiungerla. Da Santiago.»
«È lontana.»
«Circa tremilacinquecento chilometri da Santiago.
Ma credo che la cosa interessante sia proprio la distanza.
Un ambiente perfetto per lo studio della flora.»
«Già» disse lui, anche se era chiaro che aveva la mente
altrove. Da quando aveva saputo del polline di Jonathan
Cartwright, Thomas aveva annullato quasi tutti
i viaggi e i simposi e passava il suo tempo in laboratorio.
E da quando uno dei nuovi studenti universitari se
ne era andato, scegliendo un altro docente, era sempre
più teso. «Come, forse pensa che non riusciremo a trovarlo?»
inveì una sera parlando con Greer al telefono.
«Non si abbandona un'occasione come questa. Dopotutto,
il campo l'ho praticamente fondato io!» Adesso
Thomas restava a Cambridge quasi tutta la settimana e
le poche notti che passava a Marblehead, se facevano
l'amore, era in modo frettoloso e meccanico; dopo lui si
infilava subito l'accappatoio e tornava alla scrivania a
riesaminare i dati del laboratorio. Era la prima domenica
da più di un mese che Thomas stava a casa.
«L'isola di Pasqua sarebbe fantastica per uno studio
sul campo» disse Greer.
«Ne sono sicuro.»
«Costoso, però.»
Thomas depose il giornale. «Non starai davvero pensando
di andare fin lì, vero?»
«Perché no. Biogeografia insulare. Isola di Pasqua.
Esattamente ciò a cui stavo lavorando con la dispersione
via acqua.»
Lui sembrò riflettere. «Be', e quando vorresti andare?»
«A questo non avevo ancora pensato.»
«Credo che sia una buona idea. Un ottimo posto per
la ricerca. E nessuno è più qualificato di te, nessuno potrebbe
fare un lavoro migliore.» Thomas si interruppe.
«Ma è proprio questo il momento dell'anno migliore
per andarci?»
«Vuoi dire da un punto di vista climatico? O politico,
per via di tutta quella conflittualità inesistente? O forse
a causa del tuo lavoro?»
«Sei arrabbiata con me.»
«Non ti vedo quasi mai, perciò non parlerei di rabbia,
piuttosto di frustrazione. E voglio soltanto un chiarimento.
Tu speri che io non vada, non perché tu voglia la
mia compagnia, ma per il tuo lavoro, vero? La magnolia.
Il laboratorio. Thomas, se hai bisogno di me qui, o se
mi vuoi qui e basta, dillo. Dio, di' qualcosa in modo che
sia possibile fare una normale conversazione senza avere
davanti a noi libri aperti e vetrini.»
«Ho sempre bisogno di te qui, Lily. Sei il mio migliore
ricercatore.»
«Non dirlo a Bruce.»
«L'ho detto a Bruce, e sai una cosa? Non gli è piaciuto
per niente. È arrabbiato, ma che s'arrangi. Lil, nella vita
esistono zone grigie, ambigue complessità. Bruce è il numero
uno in laboratorio? Sì. È il migliore? No. È giusto
questo? No. E colpa mia? No. E tu non puoi ritenermi
personalmente responsabile di un sistema sociale di discriminazione
sessuale.»
«Ti ritengo responsabile solo delle tue scelte.»
«Le scelte di Harvard. Lil, non viviamo in un mondo
ideale, però sta migliorando. Perché non ci concentriamo
sulle occasioni che hai invece che su quelle che non
ti vengono offerte?»
Era tutto vero. Le sue rimostranze, la stanchezza di
Thomas... stavano recitando un vecchio copione, ed entrambi
conoscevano il finale a memoria. Ma quella volta
lei aveva qualcosa da barattare ed era decisa a ricavarne
un vantaggio.
«Una semplice proposta, Thomas. Se io faccio il lavoro,
e se ne faccio la maggior parte, come sai che farò, voglio
il mio nome accanto a quello di Bruce in quanto
coautore. È tutto. Tu sei la celebrità del dipartimento,
usa la tua influenza.»
«Lily, non ho mai cercato di tenerti nell'ombra. Sono
stato il tuo più convinto sostenitore.»
«Non ho bisogno del tuo sostegno. Voglio solo riconoscimento,
nero su bianco. Qualcosa da poter usare
per ottenere sovvenzioni per il mio lavoro. Siamo d'accordo?»
«D'accordo» disse Thomas. «Dobbiamo solo trovare
un granulo di polline d'angiosperma del pre-cretaceo.»
«Santo cielo, Thomas, stiamo parlando di cercare un
ago in un pagliaio.»
«Magari fosse un pagliaio. Qui si tratta di pascoli
sterminati.»
«Voglio dirti che credo nell'importanza del tuo lavoro,
a prescindere da chi troverà il più antico granulo di
polline di una pianta da fiore. Il progetto è troppo grosso
e troppo importante per accontentarsi di un'interpretazione
pedante dei dati.»
«Purtroppo il resto della comunità scientifica non la
pensa a questo modo.»
«Lo so.» Gli coprì le mani con le sue. «Senti, non
preoccuparti. Lo troveremo.»
Così il sogno dell'isola di Pasqua fu accantonato e lei
tornò a Cambridge per sei mesi. Lavorava nel laboratorio
affollato dieci ore al giorno, ancora una volta di
fianco a Bruce Hodges, a quel punto ormai consapevole
del fatto che Greer voleva il suo posto. Come un gigante
assopito, il suo ego da giocatore di football si risvegliò,
riesumando una dura competitività; la
punzecchiava, la provocava e, di tanto in tanto, quando
davvero voleva infastidirla diceva: «Allora, che cosa sta
facendo la tua vecchia amica? Come si chiamava, Jo?
Esatto. Voi due eravate piuttosto unite... Sapevi, Greer,
che il novanta per cento delle angiosperme ha fiori bisessuali?».
«Va' all'inferno, Bruce.»
In realtà Greer non aveva ricevuto notizie di Jo dopo
la cartolina in cui le annunciava il suo nuovo incarico
all'università del Minnesota. Dopo la loro ultima cena
Jo aveva lasciato il laboratorio di Thomas per andare a
lavorare per un breve periodo per il professor Jenks. Poi
era partita per il Minnesota senza un addio. Di tanto in
tanto Greer pensava di scriverle della casa di Marblehead
e del laboratorio, ma poi rinunciava, convinta
che Jo non volesse avere sue notizie e che sarebbe stata
delusa dai suoi racconti di vita coniugale. All'uscita del
nuovo saggio - con Greer come coautore - allora le
avrebbe scritto. Il pensiero la fece sorridere. Avrebbe
potuto riconquistarsi la fiducia di Jo, che aveva dato per
scontata così a lungo.
Greer tornò al conteggio e all'analisi dei granuli. Vicino
al microscopio teneva un barattolo di aspirine, una
boule dell'acqua calda e un tubetto di pomata antidolorifica
con cui si massaggiava il collo ogni due ore. Nonostante
le provocazioni di Bruce, nonostante la frenesia,
alla fine nel laboratorio si creò un certo cameratismo.
Passavano tutti molte ore insieme, eseguendo i vari
noiosi compiti fino a tarda notte, e dal loro disincanto
emerse l'amicizia.
Bruce stava ingrassando per colpa della sedentarietà
della vita di laboratorio e la pinguedine sembrava renderlo
più cordiale, come se in lui ci fosse posto per un
solo nemico alla volta e adesso il nemico fosse l'adipe.
Poi diede avvio a una specie di "progetto" di corteggiamento
verso Greer, insinuandosi nel laboratorio con un
sorriso malizioso per guardare i suoi campioni. Greer
trovò quella nuova cordialità, anche se forzata, preferibile
all'antagonismo. Poi una sera, rimasti soli, lui le si
avvicinò.
«Ciao, Greer.»
«Hodges, non alzerò nemmeno la testa. Ho ancora tre
campioni da contare prima di poter uscire di qui e sono
esausta.»
«Sei la Rosie the Riveter della palinologia. Greer la
Contatrice di Granuli.»
«Hai due opzioni: o mi aiuti o stai zitto.»
«Tu hai sempre lavorato sodo. Anche nel Wisconsin.»
«D'accordo. Passami la terza provetta da sinistra. E
metti nella custodia questo vetrino.»
Si scambiarono gli oggetti, lui tirò fuori lo sgabello
accanto al suo e si sedette. «Avevo letto la tua tesi.»
Greer lo guardò.
«La prima» disse lui con un'espressione seria. «E mi
chiedevo se pensassi che Thomas fosse stato influenzato...»
«No, Bruce. Per niente.»
«Perché era strano.»
«Si trattava di una situazione insolita. Avremmo dovuto
stare più attenti, ecco tutto. Tu c'eri. Sai come ci si
imbatte in una scoperta, come diventa difficile stabilire
l'origine precisa di un'idea.»
«Ah sì?»
In marzo tre candidati al dottorato tornarono dal
Sudest asiatico con una dozzina di campioni. Portarono
con sé un'atmosfera festosa, l'eccitazione si diffuse per
il laboratorio e ogni roccia impacchettata venne scartata
e ammirata come un regalo di Natale. Thomas divise
i campioni fra gli assistenti e il giorno dopo si rimisero
tutti al lavoro. A Greer toccò un campione pre-cretaceo
dell'arcipelago malese che le sembrò di ottimo auspicio.
La Malesia, dove quasi un secolo prima Wallace era
arrivato alla selezione naturale. Metteva in soluzione,
lavava, centrifugava ed esaminava fino a tarda notte, e
di solito era l'ultima a lasciare il laboratorio. Trovò innumerevoli
pollini di gimnosperme - ginkgo, cicadacee
- trovò spore di felce, ma niente che somigliasse al polline
di magnolia. Alla fine, un mattino, mentre era china
sopra il microscopio, sentì un violento spasmo al
collo.
«Thomas» chiamò. Il rumore dei vetrini che venivano
spostati e il tic tac dei conteggi cessò. Tutti alzarono lo
sguardo. Thomas, tuttavia, non si era mosso. «Accidenti,
Thomas» sentendo il dolore nella voce lui si alzò,
«non riesco a muovere il collo.»
«Resta immobile. Lars, va' a prendere la brandina in
sala e dei cuscini. Bene» disse. Ora le stava accanto. «Ti
appoggerò la mano sulla nuca...»
«Oh, maledizione.» Il dolore era terribile, come una violenta scarica elettrica in tutto il corpo.
«Va bene, non ti tocco. Bruce, chiama un'ambulanza.»
«Sono sicura che fra un secondo passerà» disse lei.
«Solo che mi è venuto all'improvviso. Tornate a quello che stavate facendo. Non starò meglio perché mi guardate gemere.»
«Be', fa stare meglio me» disse Bruce.
«Sta' zitto, Hodges» disse lei.
«No, davvero, chi pensa che Greer sofferente è più interessante dei pollini alzi la mano.»
Greer non potè trattenersi dal ridere - ma anche ridere faceva male.
«So che non puoi vedere le nostre mani, Greer, ma ti assicuro che è una valanga di sì.»
«Sei un cretino» disse Greer.
«E tu una rompiballe.»
«Sapete ragazzi» disse Thomas sospirando, «a volte
mi sembra di essere un maestro delle elementari.»
Cercarono di mantenersi di buonumore fino all'arrivo
dell'ambulanza. Greer fu sistemata sulla barella e
Thomas l'accompagnò in ospedale, dove per vedere un
dottore dovettero aspettare un'ora. Thomas era furioso.
Portava ancora il camice, aveva i capelli scarmigliati e
alla luce abbagliante dell'ambulatorio sembrava più
vecchio. «C'è un significato che io non conosco nella parola emergenza?»
«Dottor Farraday!» Il medico di turno fissò Thomas.
«Accidenti. Non mi ero reso conto. Qui siamo a corto di personale, come sempre. A Cambridge c'è un numero sorprendente di...»
«Non parli, ci aiuti. Mia moglie non riesce a muovere il collo. Ha un dolore terribile. Faccia qualcosa.»
«Sissignore.»
I medici ordinarono a Greer di restare a letto con un collare ortopedico per due settimane, le diedero due
confezioni di antidolorifico e le prescrissero di tenersi
alla larga dal microscopio per almeno un mese.
«Se si annoia» disse il dottore, «abbiamo dei dispositivi
ingegnosi che le terranno un libro all'altezza giusta per
poter leggere senza muovere il collo. Sono molto popolari
fra i nostri pazienti con mal di collo e di schiena.»
«Geniale» rispose Greer senza molto entusiasmo.
«Verrebbe da pensare» disse Thomas appena lei si fu
comodamente installata nella camera da letto della casa
di Marblehead e dopo aver chiamato il laboratorio per
controllare la situazione, «che essendo più vecchio di te di
vent'anni, avrei dovuto essere io il primo ad andare kaputt.
E invece ecco la mia giovane e bella moglie costretta
a letto come un'invalida.» La coprì fino al mento con la
trapunta patchwork e gliela sistemò sotto le braccia.
«Grazie per avermelo ricordato.»
«Non temere. Sarò la tua Florence Nightingale.»
«Credo che questa Florence abbia bisogno di radersi.»
«Ma si dedica a una sola paziente, prigioniera nel mio letto.»
«Svelto, procurami quell'apparecchio per leggere.»
«Mia cara, sarò io a intrattenerti.»
«Thomas, sembri stordito. Anzi, stonato.» Greer prese il barattolo di calmanti e lo esaminò alla luce. «Mi spaventa vedere come la mia inabilità ti rende felice. Non riesco a immaginare il giubilo che vedrei con una diagnosi terminale.»
«Parole crudeli.» Lui la baciò sulla fronte, sulle orecchie, e poi finì con un grosso bacio appassionato sul collare.
«Thomas, insomma.» Dopo mesi di tetraggine, stanchezza e ansia, quel comportamento era sorprendente.
«Non è da te.»
«Un uomo non può adorare sua moglie?»
«Certo che può» disse lei. «Però ho la sensazione che quest'uomo non mi adorerà a lungo. Prevedo che al tramonto tornerà al suo laboratorio.»
«Ti adorerò nello spirito.»
«Naturalmente.»
«Non sei arrabbiata?»
«No.»
«Frustrata?»
«Rassegnata. Il che non è necessariamente un male.»
«Ricorda che ti amo» disse lui. «Sei l'unico amore della mia vita.»
«Nel linguaggio di Thomas credo che significhi "voglio andare in laboratorio subito".»
«Lil.»
«Me la caverò. Guarda, ho una pila di libri sulle isole e la biogeografia, me li leggerò tutti. Adesso va' a cercare Mags.»
Nelle settimane seguenti Greer lo rivide poche volte.
Non era dispiaciuta per la sua assenza ed era contenta di avere la possibilità di leggere. Però le dispiaceva d'avere perso l'occasione di firmare la ricerca come coautore.
Era uscita dal gioco in un momento cruciale e l'occasione era chiaramente svanita. Seguì le istruzioni del dottore, rimase a letto, prese i calmanti, ma verso la fine della terza settimana, sentendosi meglio, decise di prendere la macchina e andare a Cambridge. Non poteva contare, ma poteva almeno lavare e centrifugare. Magari
preparare i campioni per la datazione. Con il collare aveva difficoltà a guardare nello specchietto retrovisore
e guidò lentamente. I mucchi di neve grigia che da mesi fiancheggiavano le strade cominciavano finalmente a
sciogliersi, ma l'aria era ancora umida e fredda. Parcheggiò di fianco all'auto di Thomas e salì adagio
fino al terzo piano. Siccome la porta del laboratorio era chiusa a chiave percorse il corridoio fino al bagno degli
uomini dove Thomas teneva una chiave di riserva. Le luci erano accese ma il laboratorio era deserto; le provette
erano semipiene, i vasetti di acido fuori posto, il rubinetto gocciolava. Sembrava che avessero smesso di lavorare
tutti insieme all'improvviso. Greer si tolse la giacca a vento e l'appoggiò su uno sgabello. Andò al posto di lavoro
di Bruce pensando di guardare nel suo microscopio ma preferì non rischiare di nuovo il dolore al collo. Invece sfogliò gli ultimi appunti del suo taccuino.
Dati poco interessanti. Come i suoi. Schizzi di tipi di
polline di gimnosperme, numeri, percentuali e, ai margini,
alcuni scarabocchi, disegni di palle e giocatori di
football. L'analisi del campione pre-cretaceo che aveva
testato non conteneva un solo granulo di polline d'angiosperma.
Aveva sprecato settimane su quel campione,
interi mesi impegnati in una gara. Era come se tutti
stessero immettendo energia in una ricerca che non portava
da nessuna parte. Greer si chiese se Jonathan
Cartwright non avesse bluffato. Doveva ammettere che
si trattava proprio di uno scherzo brillante da giocare a
un antagonista. Forse in quel momento lui se ne stava a
Oxford a fare una vera ricerca, mentre Thomas e il suo
gruppo correvano come topi in un labirinto infinito,
senza rendersi conto che il granulo di polline che stava
alla fine era un trucco ottico.
Sulla scrivania di Thomas c'era il solito disordine che
lei conosceva bene. Taccuini, vetrini, biglietti con appunti,
libri, ma era peggio di come lo ricordasse, come
se lui fosse scivolato in un nuovo livello di disorganizzazione.
Quella gara contro il tempo era troppo per lui,
sarebbe stata troppo per chiunque. Sfogliò il suo blocco,
i suoi dati sui tufi interstratificati - un assortimento di
rocce pre-cretacee provenienti dall'Australia - rigorosamente
privi di pollini di angiosperme. Sarebbero stati
tutti così. A quel punto era evidente.
Passò al vaglio la scatola che conteneva la raccolta di
vetrini di Thomas, file di campioni del pre-cretaceo arrivati
dalla Groenlandia e dalla Cina, dall'Australia: decise
di prendere un paio di vetrini e portarli al suo microscopio.
Solo una sbirciatina, si disse. Si tolse il collare e
premette l'interruttore. Scelse un vetrino non etichettato,
lo mise sotto il microscopio e regolò l'oculare. Prudente,
si chinò in avanti. Nessun polline d'angiosperma, naturalmente.
Solo un assortimento di spore, polline di gimnosperme
di conifere e cicadacee, e diverse spore di felci
con una chiara decorazione, corrugate nel punto massimo
di circonferenza. Sembravano appartenere a una famiglia
che si riteneva fosse comparsa nel periodo Medio
Cretaceo, mentre il campione doveva essere pre-cretaceo.
Thomas esaminava soltanto rocce pre-cretacee.
Greer mise a fuoco, picchiettò la copertura del vetrino
per spostare i granuli, poi si ritrasse. Afferrò uno dei suoi
manuali e cominciò a sfogliare le pagine delle spore di
felce, cercando un'immagine che corrispondesse a quella
sul vetrino, e in quel momento la porta si aprì.
Era Thomas, scarmigliato. «Lily?»
«Non ce l'ho fatta a restare lontana» disse lei. «Ho solo dato una sbirciata, nient'altro. Giuro che il collo va molto meglio.»
«Oh, Lily» disse lui in tono di scusa. «È meraviglioso.
È fantastico.» Si strofinò gli occhi. «È tutto finito.»
«Che cosa?»
«L'ho trovata» disse lui. «Ho trovato Mags.»
L'inverno se ne andò lentamente, sciogliendo poco
alla volta i manti di neve, trasformando i venti freddi in
brezze che trasportavano l'odore di terra e di erba bagnata.
I ghiaccioli sui tetti si sciolsero in pozzanghere
lucenti. I primi germogli primaverili spuntarono dalla terra brulla.
Dalla casa di Marblehead Greer guardava la terra tornare
alla vita. Si dedicava a lunghe passeggiate mattutine
sulla spiaggia prima di prepararsi per la giornata,
leggeva in veranda. Una routine piacevole, anche se la ricerca le mancava.
Thomas faceva la spola fra il laboratorio e il loro appartamento,
incontrandosi con Bruce, spedendo campioni
per la verifica, dettando il suo saggio alla segretaria
del dipartimento. Il collo di Greer era peggiorato.
L'ortopedico la rimproverò per essersi tolta il collare
troppo presto e glielo fece rimettere. Per tutto il periodo
degli ultimi conteggi dei pollini e della datazione
degli strati lei non potè essere presente. E per la delusione,
forse per testardaggine, decise di ritirarsi dal progetto.
Trovò l'energia sufficiente solo per partecipare al
simposio di maggio. Si trattava di una conferenza poco
interessante in un albergo. Si appuntarono sul petto le
targhette con i nomi, mangiarono panini e pretzel, vagarono
sotto le luci potenti della sala moquettata stringendo
le mani a colleghi venuti da università lontane.
Era uguale alle poche altre conferenze a cui aveva partecipato
con Thomas, però Greer provava un po' di tristezza,
e persino invidia, all'idea di essere ancora, malgrado
i suoi sforzi, soltanto una spettatrice.
Si trattava solo della presentazione preliminare del
saggio - un penultimo abbozzo prima della pubblicazione
- ma avrebbe ufficializzato la scoperta di Thomas,
stabilendo il suo vantaggio su Cartwright. L'intervento
di Thomas era il primo in programma e quando tutti
ebbero preso posto e le luci furono abbassate, lui si avvicinò
al palco. Greer si era accomodata lontano dall'équipe
del laboratorio, in ultima fila, insieme con alcuni
ritardatari poco interessati. Non portavano la targhetta
con il nome e sembravano ospiti di un altro congresso o
di un matrimonio che, stufi della loro cerimonia, fossero
andati a rifugiarsi in un simposio di palinologia.
Vedere Thomas dietro il podio le ricordò quando assisteva
alle sue lezioni, tanti anni prima. Come un tempo
la voce di lui riempì la stanza con energia. Portava
un vestito blu scelto da lei, e gli stava bene. Nell'ultimo
anno era diventato attento al proprio aspetto, e sceglieva
l'abbigliamento con più cura. Ma i fili grigi nei capelli
erano più pronunciati e gli occhi cerchiati da mezzelune
scure. Aveva appena compiuto cinquantadue anni.
Thomas cominciò con una presentazione di diapositive:
il polline, una fotografia dell'unità sedimentaria intatta,
persino una foto di Lars Van Delek e Preston
Brooks, coperti di polvere e molto abbronzati, che
estraevano campioni in Australia. Parlò della storia della
magnolia, della specie che aveva concorso alla posizione
di "fiore originario" e della scoperta finale della
Magnolius farradius, come aveva deciso di chiamarla. Alla
fine del discorso ringraziò i suoi coautori e chiese loro
di salire sul palco: Bruce Hodges, Lars Van Delek e Preston Brooks.
Greer, che pure si era aspettata quel momento, tenne le mani incrociate sulle ginocchia e non partecipò all'applauso generale.
«Lei non applaude» commentò una voce alcuni posti più in là.
Greer si voltò e vide un uomo minuto, sulla trentina.
Aveva la faccia lunga e pallida, la bocca tirata. Non portava
il cartellino con il nome ed era seduto scompostamente
con aria annoiata. Doveva aver sbagliato conferenza.
«Non sto applaudendo nemmeno io» aggiunse.
«L'importante è esserne consapevoli.»
«È tutto così emozionante. E così incredibile.»
«Succede, con la palinologia.»
«Non ci sono molte donne presenti. Com'è entrata?»
«Ho detto che ero un uomo.»
«Anch'io» disse lui. Lei si rese conto che l'alito gli
puzzava di whisky e che ondeggiava lievemente. «Le
va di fare una passeggiata? O di bere qualcosa? Questo
non è il posto dove una signora possa passare la giornata.»
Greer non capiva se facesse fatica a pronunciare le
parole o se avesse un qualche accento. «All'ammezzato
c'è un matrimonio con un'orchestrina swing. Possiamo imbucarci. Dirò che è mia moglie.»
Adesso il pubblico si stava avvicinando al podio per
stringere la mano a Thomas. Greer si alzò. C'era anche
gente che si radunava intorno a Bruce Hodges e a Preston
Brooks. Lars Van Delek, un po' defilato, parlava con un cronista.
«Andiamo. C'è un'orchestrina swing.»
«La smetta, per favore.»
«Sì, smettila, Cartwright.»
Greer si voltò a guardarlo: perlustrava la stanza con gli
occhi, portava una camicia sgualcita. Assomigliava solo
vagamente alla sua fotografia. Jonathan Cartwright.
«Sei proprio tu» disse lei. «Dimmi, ma ce l'hai davvero
un campione di angiosperma pre-cretaceo?»
«Mi rifiuto di parlare di quella sciocchezza.»
«Non ce l'hai?»
L'inglese sembrava disperato. «Non credo nemmeno
che esista» rispose.
Allora erano state soltanto false voci.
«Ti rendi conto, vero, che è tutto assurdo» disse Greer.
«Questa non è scienza.»
«Sai ballare?»
«È stato battuto un primato, ma da un punto di vista scientifico non significa niente.» Cartwright mise le mani sul sedile davanti e si alzò in piedi.
«Hanno un tavolo intero di pina colada. E sai una cosa? Ci divertiremo perché non ce ne importa niente.
Farraday si sbaglia di grosso. Ho visto sedimenti che provenivano dalla stessa località. Non c'era niente. Come è possibile?»
«Non lo so» disse lei e lentamente, a disagio, andò incontro al marito.
Arrivò giugno, caldo e secco, e nel paese dilagò la siccità.
I notiziari mostravano immagini di agricoltori sconvolti, bambini irrequieti. Il mese passò pigramente. Thomas stava perlopiù a Cambridge, andando avanti e indietro da Marblehead due volte la settimana, beandosi dell'attenzione che riceveva. Finalmente il collo di Greer migliorò; si tolse il collare e tornò a lavorare nel seminterrato. Era felice di studiare di nuovo i modelli di dispersione via acqua; aveva dimenticato la delusione per non essere comparsa come coautore della ricerca di Thomas.
Tuttavia, di tanto in tanto, nel suo laboratorio tornava
con la mente all'immagine delle spore di felci viste
quella sera a Cambridge, spore che non avrebbero dovuto
trovarsi in un campione pre-cretaceo. Era possibile
che si fosse sbagliata sulla specie, ma era comunque
strano che non ne avesse più sentito parlare, che nessuno
avesse fatto cenno a un fenomeno tanto insolito.
L'argomento andava approfondito.
Un pomeriggio, mentre lavorava, arrivò un telegramma.
Senza il nome del mittente. Diceva semplicemente:
Prima o poi dovrai affrontare il barracuda.
Greer tenne il foglietto tra le mani per diverse ore, seduta
sul portico a porsi domande sul suo significato.
Era di Jo, naturalmente. Ma perché proprio ora?
E poi arrivò altra posta, questa volta da un settimanale
scientifico divulgativo. Tolse la rivista dalla busta
marrone. In copertina c'era scritto:
ACCUSATO DI FRODE. DATI FALSIFICATI DAL DOTTOR THOMAS FARRADAY.
L'articolo spiegava che Thomas era stato accusato di aver contaminato i suoi campioni, di aver permesso che del polline di angiosperma di un campione cretaceo si facesse strada in un campione pre-cretaceo. Diceva che nel tentativo di battere Jonathan Cartwright sul tempo, Thomas aveva prodotto, nel suo stesso laboratorio, dati fasulli.
L'accusa veniva da Bruce Hodges.
...
.
...
FINE Parte 2.